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Mario Pacchiarotti, Baby boomers – siamo la goccia che diventa mare, Sad Dog Project

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La sinossi lo definisce, a ragione, “distopico”, ma in verità si fatica a percepirlo come tale perché la realtà del lettore italiano è talmente vicina a quanto descritto -e non mi riferisco alla sostanziale contemporaneità della vicenda- che basterebbero una manciata di ulteriori scelleratezze per la piena identificazione politica.

In un futuro più che prossimo la dittatura oligarchica della Fratellanza guida la nazione sotto le mentite spoglie della vecchia e rassicurante democrazia parlamentare. Le leggi elettorali e i premi di maggioranza hanno di fatto annichilito ogni opposizione, le politiche economiche hanno messo in ginocchio giovani e anziani attraverso una tassazione mirata a colpire le fasce meno produttive, agli ultra ottantenni è stato revocato il diritto di voto. I deputati, le forze di polizia, i media non sono che obbedienti pedine del sistema, un sistema che si regge sulla prevaricazione, la disonestà, l’abuso di potere, il disamore diffuso per la cosa pubblica.

Non suona troppo straniante, vero?
In questo scenario un gruppo di irriducibili classe 1960, conosciutisi nel mondo virtuale dei giocatori di ruolo e noti all’interno della comunità di Ironearth con lo pseudonimo di Baby boomers, decide di passare all’azione e, nel tentativo di scuotere le coscienze crea le circostanze per diffondere un libello che in sè per sè non ha nulla di rivoluzionario, sempre che in una società corrotta l’onestà non si debba considerare sovversiva.

La prima parte del romanzo si presenta come una serie di tessere frammentarie che pian piano vanno a collocarsi nel disegno complessivo, i personaggi sono approfonditi quel tanto che basta ad identificarli singolarmente e suggerire il loro ruolo nella sceneggiatura corale.

Il nodo centrale del racconto è racchiuso nelle domande che l’autore esplicita in calce al romanzo: “Quand’è che una democrazia smette di essere tale? È possibile che accada senza che ce ne accogliamo? È giusto ricorrere alla violenza per rovesciare quello che si ritiene un regime? Non è possibile invece ottenere lo stesso risultato attraverso altre strade, non violente?”.

Il punto di forza, ovvero quello che si è soliti definire il messaggio, si traduce al contempo nel momento più debole dell’impianto narrativo allorché l’autore non resiste alla tentazione di imbeccare alcuni personaggi con incisi dal sapore didascalico e un filo troppo semplicistico.
D’altro canto l’accessibilità del messaggio rende il romanzo più trasversalmente comprensibile e ne fa il perfetto spunto per un dibattito al punto che mi sentirei di consigliarne la lettura ad un pubblico giovane che, tra l’altro, non potrà non apprezzare la sequenza della battaglia sacrificale all’interno del gioco di ruolo che fa da contrappunto all’azione nel mondo reale.

Chi invece si disinteressa colpevolmente delle sorti del Paese limitandosi a insorgere contro la Casta in quanto tale, troppo impegnato a negare quanto ciascuno nel proprio piccolo possa averne introiettato il malcostume, al prezzo di una piacevole lettura avrà l’opportunità di gettare uno sguardo sul futuro prossimo di una politica che di democratico conserva giusto il simulacro, sempre più sbiadito.

Viv