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Anthony Trollope, Orley Farm, Sellerio

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Trollope è un compagno di viaggio cui torno volentieri. Maestoso e fluviale, si addentra in ogni ansa dedicandosi con ardore al più piccolo particolare con quello stile garbato e sottilmente ironico che condivide con molti suoi contemporanei e connazionali.
Certo richiede un’abitudine alle letture corpose.

Orley Farm è un distillato -distillato si fa per dire, visto che si tratta di un migliaio di pagine- della società borghese vittoriana.
Dei romanzi a puntate dell’epoca, oltre alla mole, ha tutte le caratteristiche stilistiche: un narratore onnisciente che dialoga con i suoi lettori e tiene manifestamente le fila del racconto, la pluralità dei personaggi, una trama ricca di dettagli.

Quanto a questa, il nodo centrale del racconto è la diatriba legale che, a vent’anni dal primo processo, coinvolge nuovamente Lady Mason, cui l’erede legittimo -figlio di primo letto del de cuius- contesta l’autenticità di un codicillo testamentario che attribuirebbe la tenuta di Orley Farm a Lucius, figlio della vedova e suo fratellastro. Si parla di falso e spergiuro dunque, accuse infamanti che dividono la comunità locale e forniscono ampio materiale a pettegoli e curiosi.

Se le dinamiche processuali saturano la seconda parte del romanzo, la prima delinea diffusamente il contesto sociale attraverso le interazioni dei personaggi, con numerosi capitoli, talvolta dai contenuti marginali, interamente dedicati ai comprimari non meno che ai protagonisti. Un’ampia digressione centrale, dà spazio agli aspetti romantico-sentimentale e induce inevitabilmente un’accelerazione al dinamismo della storia e conseguentemente alla lettura.

Per quanto bastino una manciata di pagine per acquisire piena consapevolezza di quale dovrebbe essere il verdetto, né si può affermare che l’autore tenti in alcun modo di intorbidare le acque, consiglio di saltare la prefazione che, a mio modesto parere, avrebbe fatto miglior servizio al lettore nelle ultime pagine.
Dal canto mio posso solo dirvi che la Verità avrà la meglio, seppure non dentro un’aula di tribunale.
La Legge per altro non si identifica necessariamente con la Giustizia in senso più ampio e questo romanzo offre un interessante spaccato dei paradossi, tra dubbi etici, ipocrisie e pregiudizi sociali, del sistema giudiziario britannico del tempo.

Viv