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Cristò, La carne, Intermezzi

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Di questo libro meno si racconta, meglio è.
Non un romanzo per tutti i palati, certo una lettura che è impensabile interrompere in corso d’opera.
Distopico e crudo, si immerge nel macabro senza compiacimento, utilizzando un linguaggio disincantato in cui il dettaglio destabilizzante arriva con un’accelerazione improvvisa, noncurante e necessaria.

L’intero romanzo è permeato da una sensazione di ineluttabile tragedia, la stessa che mi trasmisero anni fa “Cecità” di Saramago o “Dissipatio H.G.” di Morselli, per fare due nomi.
In questo caso, senza che venga spiegata l’origine del fenomeno e la modalità di contagio, gli uomini cominciano a trasformarsi in creature dissennate, condannate ad una terribile immortalità, branchi di affamati, perennemente alla ricerca di carne.
Dal primo caso clinico il mondo ha smesso di progredire, lo spirito creativo ha cessato di abitare gli uomini e le schiere dei sani si assottigliano sempre più tra lo sgomento inerme di chi, come l’anziano protagonista, ancora ricorda un mondo precedente.
La sua voce solista tesse un dialogo pacato con il lettore, muovendo su due piani che convergono in un finale che, come è ovvio, non esaurisce le inquietudini.
Nè Cristò vuol farsene carico, si limita a darci un affaccio sul vuoto collettivo a cui sembriamo destinati, prigionieri di una società che si nutre di materia e di pensieri uniformi e massificati, a cui neppure la morte è più in grado di dare sollievo.

Utile ricordare che, anche se siamo cresciuti tutti a pane e “Promessi sposi”, sono in molti a sostenere che compito dell’arte non sia fornire risposte, quanto muovere il pensiero.

Viv