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Alicia Giménez-Bartlett, Gli onori di casa, Sellerio

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Lo ammetto, questa Petra Delicado, ispettore di polizia e protagonista di una serie di romanzi gialli firmata da Alicia Giménez Bartlett non suscita le mie simpatie. Direi anzi che, a pelle, mi irrita proprio.
Saranno i suoi modi bruschi, i pensieri vetrosi, gli ipocriti tentativi di distrarre dalla sua mancanza di interesse per i sentimenti di chi le sta attorno.
Sarà che sembra il prototipo dell’uomo in carriera, quello per cui il lavoro ha la precedenza su tutto, soprattutto sui legami affettivi a cui Petra non sembra voglia riconoscere nessuna pretesa legittima.
Il compleanno del marito? Asfaltato senza troppi rimorsi con qualche moto di fastidio in aggiunta per le eventuali rimostranze. I regali del consorte, costosi e scelti con amorevole cura? Barattati senza nessun rimpianto pur di ottenere informazioni da una detenuta.
Non stupisce sia al suo terzo matrimonio, stupisce che insista a sposarsi. Fosse un uomo saremmo tutti ad inveire ma a una donna sembra si debbano perdonare in nome di secoli di sottomissione comportamenti che biasimeremmo in un uomo.
Non che il suo atteggiamento migliori nei confronti di Fermìn Garzon, suo vice, che invece fa della leggerezza uno scudo su cui scivolano ruvidezze e malmostosità.

Detto questo, fermi tutti.
Se Petra non fosse il personaggio di un romanzo le mie conclusioni sarebbero più o meno queste ma, bisogna riconoscerlo, nella finzione letteraria le cose vanno diversamente: funziona Petra con l’impazienza delle sue risposte scontrose, la repentina impenetrabilità che oppone anche alle persone cui è affezionata, l’egoismo di fondo con cui tacita la sua coscienza. E ancor di più funziona la coppia Delicado-Garzòn, proprio in virtù di quei loro battibecchi che solo grazie a Fermìn, santo ilare e geniale, non lasciano strascichi nella reciproca stima.
Tocca ammettere che nei confronti di una donna virtuale i parametri di giudizio virano alla tolleranza e il piacere della lettura se ne avvantaggia.

Ne “Gli onori di casa” i due protagonisti indagano su un caso vecchio di cinque anni: l’omicidio di un imprenditore tessile dalla moralità non proprio specchiata che li porterà fino a Roma per scavare nelle reti camorristiche italiane.

Il racconto è filtrato attraverso le parole di Petra ed è grazie a questa visuale privilegiata che abbiamo accesso diretto ai suoi pensieri mutevoli e alle sue debolezze. Eh sì perché Petra, soprattutto quando si tratta di sentimenti, pensa in acido e ha un’ipocrita tendenza alla risposta utile. Niente di nuovo ma mi piace di più se resta sulla pagina scritta.

Viv

 

 

 

 

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