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Kent Haruf, Benedizione, NNEdizioni

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Terzo di una trilogia, “Benedizione” segue “Il canto della pianura” –qui la recensione- e “Crepuscolo”, la cui versione italiana è attesa a breve.
Lo scenario è lo stesso, i protagonisti, salvo richiami incidentali e del tutto ininfluenti sulla narrazione, non hanno legame alcuno con chi li ha preceduti tuttavia un lettore che abbia amato “Il canto della pianura” si sentirà a casa dopo poche pagine.
Indipendentemente da quanto la sua esperienza possa avergli reso familiare un’anonima e polverosa cittadina del Colorado, guarderà dalla finestra che si affaccia verso il cortile interno con lo stesso sguardo affamato di pacificazione con cui Dad Lewis si attarda sui suoi ultimi giorni di vita.
In questa attesa gli sono vicine alcune delle persone che ha più amato, la moglie Mary e la figlia Lorraine, i dipendenti della ferramenta che ha gestito per anni e alcuni membri della piccola comunità.

Haruf sgrana i giorni come un rosario di rimpianti, sensi di colpa mai placati, assenze che hanno lasciato vuoti incolmabili. Sull’immagine moralmente inattaccabile di Dad Lewis, apre una breccia di umana inadeguatezza, in cui anche il rigore della giustizia può essere un fardello greve di rimorsi.
Date le premesse sarebbe lecito aspettarsi un romanzo dalle atmosfere cupe, ma non è affatto così. La prosa essenziale, le atmosfere sospese, la dignità schiva dei personaggi, tutto concorre a costruire una tranche de vie che ha il sapore pacato della normalità, in un graduale, lieve, commiato che tocca i volti e i luoghi di una vita intera.
La benedizione arriva attraverso l’affetto della moglie, la dedizione della figlia, il fantasma di un figlio assente e le corse in bici di una bimba nel fiore degli anni.

Vuoi che resti io con papà? Puoi dormire in camera mia.
No. Voglio stare qui con lui.
Non sei spaventata?
Perchè? No. È mio marito. Sono stata con quest’uomo la maggior parte della mia vita. Più di mezzo secolo. Lo conosco meglio di quanto conosca chiunque altro al mondo.
Ma non sei spaventata di stare qui ora.
No, tesoro. Non c’è nulla che mi impaurisce qui. Può spaventarmi il futuro non certo l’uomo che c’è in questa stanza. 

Viv