Il figlio maschio

Giuseppina Torregrossa, Il figlio maschio, Rizzoli

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Giorni fa, reduci dalla visione del film di Danny Boyle incentrato sulla figura di Steve Jobs, si discuteva in famiglia sull’opportunità o meno di mantenersi fedeli in modo quasi letterale quando ci si accinge a raccontare le vite di personaggi realmente esistiti. Avendo inoltre recentemente scoperto che il Riccardo III tanto vituperato da Shakespeare era tutt’altro che gobbo e men che meno infido qual viene descritto mi ero schierata in favore della adesione letterale alla verità storica.

Perché questa premessa apparentemente così fuori tema?
Perché il romanzo di Giuseppina Torregrossa, come racconta l’autrice in un’intervista, nasce dall’incontro con Adalgisa Cavallotto “una signora ottantenne che da anni ha una libreria indipendente nella provincia di Catania, una vera irriducibile. Dopo quarant’anni, mi disse che continuava a parlare con suo marito, Vito, che insieme a Filippo Ciuni -colui che pubblicò Croce durante il fascismo- scrisse una bella pagina nella storia dell’editoria siciliana e italiana”. 

“Il figlio maschio” racchiude quasi cento anni di storia a partire dagli Anni Venti quando il capostipite Turiddu Ciuni si crucciava che nessuno dei suoi figli maschi volesse farsi carico delle terre di famiglia, attribuendone la responsabilità alla smania di istruzione della moglie Concetta.

Ciascun capitolo è dedicato ad un personaggio differente, cui gli altri fanno di volta in volta contorno, con continui salti temporali che, se da un lato consentono all’azione di abbracciare un secolo di vita familiare spostandosi rapidamente verso anni più recenti, dall’altro interrompono, soprattutto nella prima parte del romanzo, la fluidità del racconto. Nessun personaggio è davvero centrale anche se ciascuno è fortemente caratterizzato con una bella prosa rotonda, che si concede qualche accenno dialettale.

La chiave di volta per me è stata lo scoprire, circa a un terzo della lettura, che non si trattava di un’opera di fantasia, sia pure con accenti romanzati.
Questa consapevolezza mi ha fatto comprendere i motivi per cui, a dispetto di una scrittura coinvolgente, mi aveva inizialmente trasmesso una sensazione di dispersione e frammentarietà.
Ricollocati personaggi e situazioni in un’ottica più vicina alla biografia, sia pure con ampie concessioni al romanzo creativo, ho apprezzato maggiormente l’operazione di recupero della Torregrossa.

Certamente scrivere di persone ancora viventi o comunque rapportarsi con chi ha realmente conosciuto i protagonisti di una vicenda può essere insidioso. Compressi tra il timore di urtarne la sensibilità e il rischio concreto di appiattire i personaggi -ché, piaccia o no, tali diventano, attraverso la penna di uno scrittore o la lente di una telecamera- è facile perdere mordente per eccesso di riguardo.
L’autrice è riuscita a tenere la barra dritta, offrendo uno spaccato della vita italiana del secolo scorso e riportando alla luce un esempio di passione e di etica forte.

Quanto alla digressione in apertura, devo ammettere di aver cambiato opinione: a meno che non si tratti di documentari e biografie autorizzate ritengo sia preferibile consentire all’artista di essere tale senza imbrigliarlo troppo.
Anche nel caso de “Il figlio maschio”, le parti più godibili, quelle in cui i personaggi acquistano vivezza, sono quelle in cui la penna dell’autrice si prende maggiore libertà.

Viv

13 pensieri riguardo “Il figlio maschio

    1. Sostanzialmente sono d’accordo, preferisco sia indicato che un’opera è stata liberamente ispirata alla vita di un personaggio. Sta di fatto che spesso, a prescindere, le opere creative si insinuano nella memoria storica del fruitore al pari di quelle strettamente osservanti e in qualche caso sono delle vere opere d’arte, come nel caso di Shakespeare e del suo Riccardo III.

  1. Un romanzo che mi incuriosisce. Sarà che amo moltissimo le biografie. Attenzione però: biografie e romanzi che prendono spunto da, sono cose diverse. nelle prime deve vigere il rigore, nei secondi la libertà di interpretazione è diritto dell’autore.
    PS. Avevo letto il “fischio maschio”…

    1. Infatti è come dici. Quello su cui riflettevo era che spesso le briglie, in una biografia scritta quasi su commissione o comunque su persone ancora in vita, risultano difficili da gestire e spesso ne escono delle opere piuttosto piatte. Penso alla biografia ufficiale di Steve Jobs scritta da Isaakson che non era per nulla appassionante.

  2. Sembra un libro molto particolare, certo la presenza di tante figure diverse richiede la capacità di destreggiarsi molto bene con le parole in modo da far emergere il carattere di ognuno e quindi, in un certo modo, credo sia anche giusto giocare con l’immaginazione.
    Credo che sia un bel libro, scovi sempre delle chicche, mi hai proprio incuriosita cara!
    Un bacione a te!

    1. A me queste saghe piacciono molto e mi piace l’ambientazione regionale e storica che copre un secolo di vicende italiane. L’autrice, tenendo conto del contesto, ha dosato piuttosto bene la verità storica, il racconto familiare e gli inevitabili tocchi personali, del resto è l’autore che crea i dialoghi e interpreta i sentimenti plasmando secondo la sua sensibilità le informazioni di cui è in possesso. Bacioni!

  3. Anch’io mi sono cimentato in un’autobiografia, ma, lo confesso, per essere libero di esprimere il mio vero pensiero, ho aspettato che la persona sotto lente d’ingrandimento fosse passata a miglior vita. Le persone viventi, sono, quasi sempre, suscettibili e non amano critiche anche se velate… 😀
    Nicola

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