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Robert Walser, Jakob von Gunten, Adelphi

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“Jakob von Gunten” è un romanzo breve dal respiro ampio. Una lettura da maneggiare con consapevolezza: non intrattiene nel senso più comune del termine, non è immediatamente comprensibile se non a prezzo di qualche approfondimento.

La trama circoscrive il periodo relativamente breve che il protagonista trascorre in un collegio per l’istruzione del personale di servizio. Assimilato al romanzo di formazione, in senso stretto ne ha poco o nulla poiché Jakob è un adolescente impermeabile a qualsiasi evoluzione che esuli dal desiderio, manifesto sin dalle primissime pagine, di sfuggire alla mondanità fasulla e agli obblighi della sua nascita alto borghese annullandosi in una vita di servizio.

“Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò uno zero, rotondo come una palla.” 

Dotato di uno spirito vivace e contraddittorio Jakob avviluppa il lettore in un soliloquio solipsistico che si muove in un tempo sospeso con brevi incursioni oniriche e visionarie.
Sin da subito il protagonista prende consapevolezza dell’inadeguatezza di uno studio ripetitivo, elusivo di ogni insegnamento che non sia l’invisibilità, scandaglia la personalità di compagni per lo più mediocri, dall’obbedienza tenace ai quali ambisce conformarsi.
Orgogliosamente consapevole dei suoi natali da un lato, apparentemente privo di ambizione dall’altro, quella di Jakob  più che una scelta di vita sembra la fuga di uno spirito indolente convinto di sottrarsi all’agone grazie ad un ruolo subordinato, all’ombra di un padrone che pensi e agisca per lui. Nella sospensione di giorni tutti uguali, la sua venerazione per la sorella del direttore, figura femminile quasi angelicata, e il rapporto ambiguo con quest’ultimo sfiorano il lettore come bolle d’aria che raggiungono la superficie.

La qualità dello stile di Walser si sposa ad una certa fatica nella lettura. Privo di retorica, ironico e disincantato, lo sguardo dell’autore è chirurgicamente attento al dettaglio e punta la lente di ingrandimento su un microcosmo claustrofobico in cui l’azione è ridotta al minimo.
La sfiducia e il disinteresse per le logiche di un mondo privo di valori e spiritualità fanno apparire la scuola Benjamenta come un nido dal quale è doloroso separarsi, non a caso Jakob sarà l’ultimo tra gli studenti ad allontanarsene.
Al di fuori l’unica alternativa possibile é una vita approssimata allo zero, lontana da ogni ambizione, che mimi l’esistenza protetta all’interno del collegio.

Amato da Kafka e dalla critica colta, Walser trascorse l’ultimo ventennio della sua vita presso una clinica svizzera per malattie mentali.

Viv