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Charlotte Brontë, Villette, Fazi

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Scritto nei mesi successivi alla morte del fratello e delle due sorelle, “Villette” è l’ultimo romanzo di Charlotte, un libro cupo dove le atmosfere gotiche si fanno meno pronunciate ma la speranza fatica a far capolino e il lieto fine è solo un breve miraggio.

Protagonista è una giovane inglese senza mezzi che si ritrova ad insegnare oltremanica in un convitto belga per fanciulle.
Lucy Snowe è dimessa, scialba, niente affatto attraente se non per una resilienza al dolore, una dignità austera e un’attitudine allo stoicismo che potrebbe affascinare unicamente anime nobili e di nicchia.
La incontriamo in Inghilterra, ospite di una lontana parente e sin dalle prime pagine scopriamo una creatura che non si pone mai al centro dell’attenzione, un narratore asettico che guarda alle vite degli altri quasi avesse già acquisito consapevolezza del proprio ruolo marginale.
Solo in seguito cominciamo a scalfirne l’apparenza e intravediamo, sotto un’ostentata riservatezza, un animo tormentato e passionale che non si concede mai del tutto neppure ai suoi lettori, con guizzi di fastidio verso le debolezze altrui e di orgogliosa caparbietà. Un’acqua cheta, come verrà definita, che soffoca sotto la calma superficie i moti di un cuore in cerca di affetto e approvazione e si piega ad una rigorosa disciplina dello spirito per sopportare la solitudine e la cattiva sorte.
Non è un personaggio con cui si crea un’immediata empatia e il motivo è dovuto proprio al suo nascondersi al lettore, al suo cercare di tenerlo a distanza, specchio del disagio con cui la stessa autrice doveva attraversare i momenti bui del lutto familiare.

È un romanzo in cui trova ampio spazio la critica sociale, la legittima aspirazione all’indipendenza femminile, l’algida spiritualità protestante contrapposta ai fasti cattolici, le schive abitudini anglosassoni alle chiassose manifestazioni del continente.
Certo, alcuni di questi luoghi comuni sono stati abbondantemente superati dalla globalizzazione ma in un aspetto è quanto mai moderno. L’amore come lo prefigura la Brontë in questo romanzo è un sentimento che nasce dal rispetto, dagli interessi comuni e dalle reciproche diversità, persino religiose, in netta controtendenza rispetto ai dettami dell’epoca che guardavano con sospetto l’unione tra una protestante ed un cattolico osservante.

Sì, perchè anche nella vita di Lucy Snowe infine si affaccia la promessa di un’inaspettata felicità nella figura di un eccentrico e umorale insegnante del pensionato ma il lieto fine resta compresso in una manciata di parole pietose.
“Fermati:fermati subito. È stato detto abbastanza. Non turbare nessun cuore tranquillo e buono; lascia che l’immaginazione speri ancora.” 
A noi dunque sperare, contro ogni logica, che la fine del romanzo e le successive pagine bianche abbiano potuto riservarle un briciolo di autentica gioia.

Viv

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