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Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Mondadori

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Alcuni romanzi sono delle epifanie, affascinanti nell’adolescenza, amari nella maturità.  Fin dalla prima lettura, a dispetto della nostra consapevolezza, forgiano il nostro pensiero critico al pari di un saggio filosofico.

In questi giorni ho terminato la terza lettura del Dorian Gray, dopo almeno quindici anni dall’ultimo incontro e una vita alle spalle in cui ho toccato con mano quanto scelte inizialmente insignificanti arrivino a corrompere fino alla patologia clinica.

Dall’iniziale ingenuità di uno spirito ancora incorrotto, incline alla fascinazione, Dorian Gray si trasforma di pagina in pagina nell’epitome di colui che persegue un’esistenza all’insegna dell’edonismo, della soddisfazione immediata del capriccio, coltivando un cinismo narcisistico che non tiene mai conto dell’altro. La necessità di giustificare i suoi atti lo porta alla mistificazione costante della realtà, ad allontanare le uniche persone che potrebbero gettare il seme di un pensiero etico. La sua apparente piacevolezza irretisce i meno accorti, mentre sotto la superficie prende forma il mostro.

Fuor di metafora letteraria, il ritratto è lo specchio dentro il quale spesso non vogliamo guardare, l’abisso che fingiamo di non riconoscere, la verità che ammantiamo di menzogne per convincere l’altro e ancor prima noi stessi.
Dalla scelta consapevole all’automatismo il passo è breve, scivolare nella patologia è un attimo.

Inutile negarlo, la cecità nel perseguire l’appagamento immediato di ogni desiderio annacqua la capacità di giudizio, rende complici e conniventi di chi commette malvagità simili alla nostre, inclini a deridere chi sceglie percorsi più accidentati e rifugge scelte al ribasso.

Proteggersi dalla verità in questo contesto diventa un’esigenza trasversale e primaria, alla ricerca costante di un capro espiatorio esterno alla nostra responsabilità a cui addebitare noia, inquietudine e insoddisfazione. La memoria, colpevolmente selettiva, addestrata a rinnegare il vero e a rimodellare il passato scomodo.

La virtù, come il vizio, è un’abitudine in senso etimologico, e la mediocrità, quand’anche non arrivi all’abiezione, è una parabola costante che si nutre di piccole scelte quotidiane.
Per approfondimenti, rileggete Oscar Wilde.

Viv