L’anatomia di Gray

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Mondadori

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Alcuni romanzi sono delle epifanie, affascinanti nell’adolescenza, amari nella maturità.  Fin dalla prima lettura, a dispetto della nostra consapevolezza, forgiano il nostro pensiero critico al pari di un saggio filosofico.

In questi giorni ho terminato la terza lettura del Dorian Gray, dopo almeno quindici anni dall’ultimo incontro e una vita alle spalle in cui ho toccato con mano quanto scelte inizialmente insignificanti arrivino a corrompere fino alla patologia clinica.

Dall’iniziale ingenuità di uno spirito ancora incorrotto, incline alla fascinazione, Dorian Gray si trasforma di pagina in pagina nell’epitome di colui che persegue un’esistenza all’insegna dell’edonismo, della soddisfazione immediata del capriccio, coltivando un cinismo narcisistico che non tiene mai conto dell’altro. La necessità di giustificare i suoi atti lo porta alla mistificazione costante della realtà, ad allontanare le uniche persone che potrebbero gettare il seme di un pensiero etico. La sua apparente piacevolezza irretisce i meno accorti, mentre sotto la superficie prende forma il mostro.

Fuor di metafora letteraria, il ritratto è lo specchio dentro il quale spesso non vogliamo guardare, l’abisso che fingiamo di non riconoscere, la verità che ammantiamo di menzogne per convincere l’altro e ancor prima noi stessi.
Dalla scelta consapevole all’automatismo il passo è breve, scivolare nella patologia è un attimo.

Inutile negarlo, la cecità nel perseguire l’appagamento immediato di ogni desiderio annacqua la capacità di giudizio, rende complici e conniventi di chi commette malvagità simili alla nostre, inclini a deridere chi sceglie percorsi più accidentati e rifugge scelte al ribasso.

Proteggersi dalla verità in questo contesto diventa un’esigenza trasversale e primaria, alla ricerca costante di un capro espiatorio esterno alla nostra responsabilità a cui addebitare noia, inquietudine e insoddisfazione. La memoria, colpevolmente selettiva, addestrata a rinnegare il vero e a rimodellare il passato scomodo.

La virtù, come il vizio, è un’abitudine in senso etimologico, e la mediocrità, quand’anche non arrivi all’abiezione, è una parabola costante che si nutre di piccole scelte quotidiane.
Per approfondimenti, rileggete Oscar Wilde.

Viv

18 pensieri riguardo “L’anatomia di Gray

  1. E qui mi inchino, non solo ad Oscar Wilde ma anche alla tua maniera perfetta di presentare il suo celebre romanzo e il suo significato.
    Penso che tu abbia interpretato alla perfezione il senso di questo capolavoro, insieme al De profundis lo scritto di Wilde che suscita maggiore inquietudine per me.
    Grazie Viv, un bacio a te!

  2. Viv…bellissima recensione, di un libro che anche io ho letto nella prima adolescenza e mai più ripreso. Forse dovrei. Le tue parole mi fanno molto riflettere, descrivi perfettamente meccanismi che (in un’abiezione minore, ovviamente) riconosco tutti i giorni intorno a me e li subisco con sconcerto e frustrazione. Mi chiedo se, per il singolo, sia possibile un’inversione di tendenza e so già la risposta. Una bella recensione, così come una splendido libro, ma davvero avvilente.
    Ci dobbiamo convivere.
    Un abbraccio,
    Alice
    P.S.: titolo geniale! 😉

    1. Da tanto volevo scriverne, è un argomento che mi ha toccato da vicino in forme di patologia lieve e meno lieve per cui oggi a buon diritto lo affronto come una vera e propria stortura della personalità e mi allontano il più possibile da chi ne è affetto. Grazie per la tua sincera condivisione e per aver apprezzato il titolo 😉

      1. Non lo avevo mai pensato come patologia, e questo mi fa riflettere molto. Il problema è quando con persone del genere devi averci contatto quotidiano… Che pazienza!

  3. Io lho letto “tardi”, ad adolescenza conclusa, e l’ho trovato uno dei libri più belli mai scritti. Penso anch’io che la tua recensione ne colga perfettamente il senso vero, malinconico e persino doloroso, nonostante una scrittura magnifica e una capacità di giocare con le parole, i doppi sensi, gli scherzi linguistici che lo rendono (specialmente in inglese, mi viene da dire, ma forse la mia è una mania, da traduttrice fatico a leggere libri tradotti…) un libro che si legge d’un fiato, quasi senza fatica, anche con piacere direi. E che poi ti resta dentro per l’espressione profonda di una sofferenza estrema per il male che si vede in sè stessi e negli altri. Davvero bella la tua analisi!

    1. Sono certa che Oscar in lingua originale sia ancora più affilato. Purtroppo io non sarei in grado di coglierne appieno le sfumature e mi accontento della versione tradotta. Hai perfettamente ragione è un libro che ancora oggi di legge d’un fiato senza alcuna fatica, con livelli di significato che si arricchiscono con il passare degli anni.

  4. Il ritratto di Dorian Grey, un signor libro. L’ho letto al liceo, ma leggendo il tuo articolo mi è venuta voglia di immergermi di nuovo in questa esperienza! 🙂

  5. Splendida analisi, darling, irrorata da esperienze di vita recenti e fortunatamente condivise.
    Su Wilde non riesco ad essere obiettivo : così come Steve Jobs in altri campi, lo ritengo un essere superiore venuto da altri lidi a spezzare il pane della conoscenza per noi mortali.
    Entrambi brillano inoltre per la forma meravigliosa, una forma che è sostanza.
    Non posso, infine, da buon anglofilo, che essere d’accordo con l’intempestivo viandante : in inglese è un bordeaux d’annata, a guilty pleasure.

  6. La prima volta lo lessi in inglese, forse in un’edizione facilitata. Poi in originale. Dici che sarebbe ora di una terza lettura? Giova ad una certa età?

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