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Jane Shemilt, Una famiglia quasi perfetta, Newton Compton
Charlotte Link, L’ultima traccia, Corbaccio

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Chi segue l’avvicendamento delle mie letture su questo blog, si sarà accorto che nelle ultime settimane le mie scelte sono all’insegna del disimpegno.
Questi due romanzi non fanno eccezione.

Letti in rapida sequenza, entrambi hanno in comune la scomparsa di una giovane donna, l’imperscrutabilità dell’altro e un finale amaro, per il resto nel caso della Shemilt siamo di fronte ad un thriller psicologico, con un andamento piuttosto statico, mentre la Link sceglie l’indagine giornalistica a posteriori.

Charlotte Link ha un passato ormai consolidato come scrittrice di romanzi dalla trama inquietante ma qui non è al suo meglio per usare un eufemismo. Niente a che vedere con la tensione narrativa de “La casa delle sorelle”, per citare uno dei suoi romanzi più conosciuti.

A cinque anni dalla scomparsa dell’insignificante Elaine, un’amica giornalista si mette sulle sue tracce ripercorrendo le ultime ore prima del nulla.
La trama è sufficientemente intricata e procede su più piani, sovrapponendo vicende collegate solo marginalmente e narratori differenti, fino all’integrazione finale.
Se è vero che quando c’è un mistero di cui venire a capo si arriva sempre all’ultima pagina è altrettanto vero che in questo romanzo l’adrenalina sonnecchia e si legge senza alcuna partecipazione.
In dubbio sulla sorte definitiva dei suoi personaggi, la Link sceglie di lasciarli alla deriva con il futuro appesantito da cupe acquisizioni e il lettore poco se ne risente visto che la stessa protagonista risulta distante e senza mordente.
Finale amaro, come accennavo nelle prime righe, ma mai quanto il crudo tormento con cui si chiude il romanzo della Shemilt.

“Una famiglia quasi perfetta” racconta la sparizione di un figlia quindicenne e il disgregarsi di una famiglia che, come si evince dal titolo, è tutt’altro che perfetta.
La voce narrante è quella della madre che, tra un sandwich, uno schizzo a matita e un senso di colpa, ripercorre tredici mesi a partire dalla sera della scomparsa, con continui e non sempre riuscitissimi salti temporali tra passato e presente.
Opera di esordio dalle molte imperfezioni che si lascia leggere senza convincere del tutto soprattutto perché i personaggi, nonostante gli stati d’animo la facciano da padroni, risultano poco approfonditi e le svolte investigative, soprattutto nelle ultime fasi quando la madre comincia a giocare al detective, lasciano dubbiosi.
I genitori, medici in carriera, peccano entrambi di assenteismo e trascuratezza, i tre figli a diverso titolo custodiscono segreti e magagne che verranno a galla nel corso delle indagini, accomunati da un sentimento di rancore capriccioso e infantile nei confronti dei genitori che non viene mai meno ed è tutt’altro che motivato.
La madre in speciale modo è fastidiosamente confusa riguardo al suo ruolo e sembra incapace di analizzare le sue relazioni coi figli limitandosi a considerazioni di pura superficie.
Il mantra che snocciola di fronte a qualsiasi informazione apparentemente incongrua è una delle derive più pericolose e arroganti che un genitore possa prendere, giacché ogni madre sa perfettamente che trincerarsi dietro la conoscenza adamantina dei figli non è mai una buona idea.
Soprattutto in considerazione del fatto che si tratta di una donna istruita con una qualche infarinatura di psicologia legata alla professione che svolge -la stessa dell’autrice, per altro, che è un medico prestato alla scrittura creativa- non ne esce un ritratto credibile.

Eppure, malgrado tutto, a voler tirare le somme in questo caso vince ai punti la Shemilt.
L’avreste mai detto?

Viv

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