Momo a Les Halles

Philippe Hayat, Momo a Les Halles, Neri Pozza

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Parigi, 1941.
Momo e la sorellina Marie, la cui unica familiarità con la religione talmudica sono due nonni ebrei, dopo l’arresto dei genitori vivono nascosti nel sottotetto di una casa di appuntamenti nel quartiere di Les Halles, vivace sede del mercato parigino.
E’ lì che si svolge la prima parte del romanzo, tra piccoli espedienti ed incontri fortuiti che fanno di Momo un piccolo artista della sopravvivenza.
L’autore, la cui prima vocazione è imprenditoriale, si trova a suo agio nell’impartire nozioni di economia al lettore così come al suo giovane protagonista a cui regala una spiccata e precoce abilità negli affari.
Nella parte centrale, lo scenario si sposta bruscamente nel centro di smistamento di Drancy da cui Momo verrà liberato grazie all’intervento di una prostituta che prende a cuore le sorti dei due fratelli e riversa su Momo, ormai adolescente, un amore non del tutto platonico.

Mi risulta, ma non ho trovato il riscontro diretto, che l’autore abbia ammesso di essersi ispirato al romanzo di Romain Gary, La vita davanti a sé, di cui ho già avuto modo di tessere le lodi ma francamente trovo che il paragone sia infelice e punti un riflettore sui limiti dell’opera di Hayat.
Il suo romanzo, nonostante la scorrevolezza -quasi programmatica mi verrebbe da dire- rappresenta una sequenza orizzontale di eventi, in cui i bassifondi parigini, che nel romanzo di Gary prendevano vita trascinando il lettore per gli antri soffocanti di un’umanità marginalizzata, non trovano eco. Al contempo manca il linguaggio dissacrante, l’appassionata contradditorietà di sentimenti che fanno del Momo di Romain Gary un personaggio di rara autenticità, in favore di uno stile che l’autore definisce “classico” per eccesso di autostima.

Visti i numerosi consensi mi sono chiesta con onestà cosa non mi abbia rapita in questo romanzo che è pur sempre una lettura piacevole e la risposta è che malgrado l’ingannevole patina superficiale non si va oltre il romanzo di intrattenimento.
“Momo a Les Halles” sembra figlio più della furbizia -o del narcisismo- che dell’urgenza.
L’autore stesso dichiara in un’ intervista che non era sua intenzione scrivere un romanzo sulla Shoah. La Seconda Guerra Mondiale, per sua stessa ammissione, è un puro pretesto che fa da sfondo alla storia del suo personaggio.

Non lo metterei nella lunga lista dei libri da evitare a priori ma è l’ennesima e meglio riuscita, operazione di marketing letterario in cui si cavalcano temi che attirano da sempre i lettori, complice una foto di copertina particolarmente riuscita. L’eterno equivoco tra ciò che fa cultura, approfondendo la sensibilità del lettore, e ciò che lo intrattiene facendo leva su un’emotività studiata a tavolino.

Viv

18 pensieri riguardo “Momo a Les Halles

  1. Concordo sulla foto di copertina, è indubbiamente accattivante.
    E anche il tema prescelto avrebbe tutte le carte in regola ma la mancanza di spessore del personaggio è una vera pecca, mi viene in mente il discorso che facevamo ieri, no?
    Non basta avere l’idea giusta e lo scenario perfetto per scrivere un capolavoro.
    Buona giornata cara!

  2. I libri “ambientati” nella shoa hanno il pregio di ricordarla o presentarla a quei lettori che poco ne sanno e magari poi sentono il desiderio di approfondire. Detto questo le operazioni commerciali che giocano sull’emotività mi respingono e le trovo anche discutibili.

    1. Non posso essere certa che ci sia un’assoluta malafede ma il dubbio resta…
      In assoluto concordo sulla bontà di stimolare l’interesse storico con qualsiasi mezzo, soprattutto in un mondo in cui la memoria sembra perennemente atrofizzata e ci si dimentica anche il passato più recente.

  3. Nel leggere le tue note in effetti avevo pensato che la storia assomigliava parecchio a quella narrata da Gary. Basta questo a rendere il libro poco appetibile, non amo le trame mutuate da altri, soprattutto se il modello da cui si prende ispirazione è difficilmente raggiungibile.

    1. Nel merito sono anch’io piuttosto diffidente ma ho scoperto questa fonte di ispirazione solo dopo averlo letto e per la verità i due romanzi sono talmente lontani come valore intrinseco che lì per lì non li avevo neppure associati. Questo romanzo non è pessimo ma mi è sembrato un esercizio di scrittura laddove Romain Gary riesce ad essere straordinariamente autentico e commovente.

  4. Hai espresso bene la differenza tra letteratura e letteratura di consumo, tra l’urgenza di rispondere a domande ed interrogativi e l’interesse di mercato.
    Mi segno anch’io il titolo di Gary.
    Buon fine settimana 🙂

  5. Non trovo nulla di male a scrivere romanzi superficiali, quelli che leggendo entrano in un orecchio ed escono dall’altro, ma…
    Non accetto facilmente chi vuole vincere facile cavalcando temi, immagini, suoni o storie di richiamo senza poi esserne all’altezza. Sarebbe carino che la confezione esaltasse il contenuto.

    1. Qui siamo a metà strada e credo che se cercassi in rete troveresti quasi solo recensioni entusiastiche. Per il resto di quei romanzi che vogliono esclusivamente intrattenere ne leggo tanti anche io per cui concordo senza meno sulla loro utilità. 🙂

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