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Barbara Taylor Bradford, I segreti di Cavendon Hall, Sperling & Kupfer

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Sono orfana di Downton Abbey e di molte gradevoli letture del primo Novecento inglese, e molto incautamente avevo sperato, se non in un romanzo di spessore, in una suggestiva ambientazione.
Sono caduta nel tranello di una moderna soap opera, scritta da un’americana di natali britannici.

Siamo nello Yorkshire a cavallo del primo conflitto mondiale.
La famiglia aristocratica degli Ingham risiede da generazioni a Cavendon Hall, hanno due figli maschi e quattro incantevoli fanciulle, con occhi azzurri come zaffiri.
Al loro servizio, da sempre, la famiglia degli Swann, nei secoli fedele. Francamente credo che neppure i cavalieri della tavola rotonda si soffermassero tanto spesso e tanto a lungo sulla propria dedizione di sottoposti, protettori e custodi ma il motto degli Swann -la lealtà mi vincola- è sempre sulle loro labbra e pare che senza i loro preziosi consigli il Conte così come il resto della famiglia non sarebbero in grado di muovere un passo neppure fino alle stanze da letto. Tra gli Ingham e gli Swann l’attrazione è fatale, ancorché clandestina.

Il romanzo, che purtroppo ho scoperto tardivamente essere il primo capitolo di una saga in corso d’opera -non ne ho azzeccata una, per così dire- è un susseguirsi di eventi, per lo più drammatici, che vengono assorbiti dal lettore con straordinaria noncuranza tale è l’assenza di approfondimento.
Insomma, una scrittura che più orizzontale di così non si potrebbe.
Credo che soffocherò la curiosità e aspetterò fiduciosa la trasposizione televisiva che, ne sono certa, non tarderà ad arrivare.
I dialoghi sono già belli e pronti in tutto il loro banale chiacchiericcio.

Ps. Guai a chi mi chiede perché non ho abbandonato la lettura, e tu -lettrice affezionata che inizi per Dear e finisci con Fletcher- sai che mi riferisco proprio a te.
Io non abbandono, sono un po’ come gli Swann, perseverante e leale anche di fronte ad un’opera scellerata.
Scherzi a parte, la lettura è talmente veloce e superficiale che non riesco neppure a considerarla una perdita di tempo, come certi programmi televisivi- penso a Greys Anatomy o a Chi veste la sposa- che mi inchiodano proditoriamente allo schermo pur senza creare dipendenza.

Viv