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Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda

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A brevissima distanza l’uno dall’altro mi sono capitati tra le mani due libri -l’altro è “Un elefante nella stanza”– che, nel titolo e nei contenuti, attingono ad una metafora sugli elefanti.
In questo caso si fa riferimento al senso di protezione che gli elefanti in branco sviluppano nei confronti dei cuccioli, un’inclinazione darwiniana che al di là dei legami di sangue mira alla conservazione della specie.

Pietro, da una Rimini in stile Amarcord dove era stato prete in giovane età, approda a Milano come portinaio. Attorno a lui si snodano le vite dei pochi condomini dello stabile: la famiglia Martini -padre, madre e una bimba piccola- Paola, vedova sfiorita con un figlio adulto ritardato e un avvocato omosessuale avanti negli anni, irrimediabilmente solo e nostalgico dopo la morte del suo compagno di una vita.
Se l’avvocato Poppi via via che procede la lettura si pone come una sorta di lare che veglia su questa piccola comunità, sin da subito si percepisce un legame, inizialmente avvolto nelle brume milanesi, che giustifica l’apparente ossessione di Pietro per Luca Martini, legame che si disvela in una serie di veloci flashback che punteggiano il romanzo.
Luca stesso nasconde un mistero nella sua professione di medico e nelle sue visite fuori orario a pazienti terminali.

In una Milano fuori dal tempo e dallo spazio, che mescola la modernità di cellulari e suv a un’atmosfera vagamente retrò, non può non saltare agli occhi, specie a quelli diffidenti del milanese tipo, l’incongrua fiducia che i condomini accordano a Pietro a pochi giorni dal suo arrivo, consegnando all’ex prete le loro confidenze intime insieme alle copie delle chiavi di casa.
Quanto al senso dell’elefante, mi perdonerà Missiroli, ma mi sembra si parli di tutt’altro e laddove l’amore paterno sembra spingersi oltre l’ostacolo le derive sono del tutto discutibili. Non mi riferisco squisitamente al tema del suicidio assistito che pure apre un ampio fronte di dibattito ma siamo davvero sicuri che proteggere un figlio significhi sostituirsi al destino condannando una nipotina di soli due anni a vivere senza la madre solo per evitare che l’infelice fedifraga riveli al marito di non esserne il padre biologico?

Le soluzioni che propone il romanzo sono per lo più univocamente nichiliste ma hanno il pregio di costringere il lettore ad una riflessione.
Personalmente mi sono chiesta ad intervalli di qualche pagina cosa non mi convincesse del tutto in un romanzo ben scritto in cui quasi tutti i personaggi hanno uno spessore dolente che trasuda la disperazione del vivere.
La risposta, la mia beninteso, è nell’assenza dell’autore che, forse per l’urgenza di restare neutrale rispetto alle scelte dei suoi personaggi, li ha privati di quell’autenticità che riesce a far sentire il lettore complice anche delle inclinazioni più scellerate, dei desideri più riprovevoli, in un’empatia che nulla ha a che vedere con le nostre opinioni morali.
In qualche misura il personaggio dell’avvocato riesce nell’intento meglio del protagonista che risulta sfuggente e assorto, uomo irrisolto, che non si concede neppure al suo autore e agisce sostituendosi a quel Dio che ha rinnegato e del quale non si è mai sentito figlio.

Viv