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Kristin Harmel, Finché le stelle saranno in cielo, Garzanti

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A volte quando un libro ci viene consigliato da un’amica vorremmo poter condividere il suo entusiasmo solo per il piacere di non deluderla.

Ma andiamo con ordine.
Per esaudire l’ultimo desiderio di nonna Rose, la cui lucidità si fa sempre più intermittente a causa dell’Alzheimer, Hope lascia Cape Cod alla volta di Parigi. Scoprirà le origini ebraiche della nonna, sfuggita all’Olocausto, ritroverà parte delle sue radici e la fiducia nel vero amore.

Alla mia stringatissima sinossi va aggiunto che Hope è una trentaseienne divorziata, con una figlia adolescente in fase malmostosa, un ex marito avvocato dedito a donne più giovani, una pasticceria sull’orlo del collasso economico e un corteggiatore aitante e pieno di buone intenzioni.
Aprono ogni capitolo le ricette dei dolcetti di famiglia che, lo ammetto, hanno saputo destare il mio interesse anche se non ho tentato di replicarli.

Siamo di fronte, dunque, ad una lettura “in rosa” che ottempera diligentemente e senza varianti significative a tutti i cliché di genere, incluso il lieto fine con lacrima.
Niente di male se non fosse che, come ho avuto modo di rendermi conto scontrandomi con un certo numero di queste letture, ho sviluppato una decisa idiosincrasia per i romanzi in cui deportazioni e campi di concentramento fanno pretestuosamente da sfondo all’intrattenimento sentimentale.

Se lettura d’evasione deve essere -e me ne concedo parecchie come è evidente dalla eterogeneità delle mie letture- la preferisco quando si coniuga ai toni ironici e alla commedia.
Va detto, a onor del vero, che questo chick lit a sfondo Shoah calza a pennello per una sceneggiatura romantica con messaggio interconfessionale politically correct e, visto che riguardo al cinema sono molto meno suscettibile, ho pronti plaid e tisana nel più confortevole degli stereotipi.

Viv