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Alessandro Perissinotto, Al mio giudice, Rizzoli

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Carteggio elettronico tra un reo confesso di omicidio latitante e il magistrato a cui sono affidate le indagini.

Luca Barberis, figlio della Torino operaia e programmatore informatico con una carriera avviatissima nel settore della sicurezza, diviene vittima per eccesso di ingenuità di una trama criminale che lo rovina economicamente portandolo alla soglia della disperazione.
Mettendo a frutto un passato giovanile come hacker, dal suo esilio protetto in Francia, inizia uno scambio epistolare con il giudice Giulia Ambrosini nel duplice tentativo di giustificare l’atto omicida e condividere informazioni alla ricerca di una verità in cui entrano in gioco interessi miliardari.

Il romanzo ha un andamento accattivante e al netto delle inverosimiglianze è una piacevole lettura.
Si passa volentieri sopra alla stridente intimità di un carteggio che soprattutto da parte del magistrato appare del tutto inappropriato nei toni e nella forma e ci si gode il racconto dimentichi del principio di realtà e delle forzature di quell’espediente letterario.

L’ultima parte del romanzo si perde in un affastellamento delle tematiche che porta il protagonista a confrontarsi con gli ambienti torbidi delle esibizioni a luci rosse, abbracciando un destino di abiezione al fine di prolungare la sua vita sino al momento in cui scoprirà la verità e potrà uccidere per l’ultima volta.

“Scoprire e uccidere” è infatti l’ossessione manifesta di Luca Barberis, ma su chi sia la vittima designata grava l’ombra di un gesto disperato, che lo affratella a Charles Alavoine, protagonista del quasi omonimo “Lettera al mio giudice” di Simenon, cui si fa esplicito riferimento nel testo e che, ça va sans dire, è immediatamente finito nel lungo elenco delle prossime letture.

Viv