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Marco Franzoso, Il bambino indaco, Einaudi

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La letteratura new age parla di bambini indaco in riferimento al colore dell’aura che contraddistinguerebbe individui dotati di forte empatia quando non addirittura di doti soprannaturali.
Ammetto che nulla ne sapevo prima di leggere il romanzo di Marco Franzoso.

Il racconto ruota intorno alle manie ossessive che Isabel, convinta che il figlio sia uno di questi bambini predestinati, sviluppa a partire dal concepimento.

Attraverso la voce narrante di un padre sostanzialmente inerte assistiamo al parossismo della tensione purificatoria cui sottopone se stessa e il bambino, consegnandosi ad un ideale di controllo e di ascetismo senza deroghe.
Perseguendo ciecamente il distacco dalla corruzione del mondo affama entrambi con diete liquide, incurante di fronte all’evidente stato di denutrizione e di malessere psicofisico in cui versa il figlio.
Nella sovrana assenza delle istituzioni il padre delega alla nonna la soluzione e si trastulla in un tormento privo di costrutto quasi fosse un adolescente.

Un romanzo breve che si legge in poche ore e utilizza un linguaggio cronachistico scevro da grandi coinvolgimenti ripercorrendo la vicenda a volo d’aquila, in un lungo flash back che non lascia spazio ad un vero e proprio intreccio.
Inizia e si conclude in un battito di ciglia sollevando nel lettore un’inquietudine persistente motivata in parti uguali da una tematica forte e da una superficiale sbrigatività.

A livello personale sono poco interessata alla genesi di teorie fantasiose come quella dei bambini indaco ma trovo sempre inquietante che un’ideologia -qualunque essa sia- si impossessi della razionalità umana sfociando in una follia sorda ad ogni buon senso.

Viv