Tag

,

Roberto Bolaño, Il Terzo Reich, Adelphi

IMG_6273

La stesura de “Il Terzo Reich” risale al 1989, si tratta pertanto di uno dei primi lavori di Bolaño.
L’autore lo giudicò inadatto alla pubblicazione e, coerentemente con questo giudizio, lo abbandonò in un cassetto rimettendovi mano tardivamente senza riuscire a completarne la revisione. Da qui la pubblicazione postuma.

Tutte queste informazioni le ho apprese a lettura ultimata e ammetto che forse mi avrebbero spinto ad approcciare Bolaño scegliendo un’altra opera perché nel rispetto dell’autore non prediligo gli scritti sui quali non abbia posto il suo insindacabile imprimatur.

Detto questo, da un punto di vista squisitamente formale, la censura dell’autore fu fin troppo severa e ci troviamo subito immersi in una scrittura consapevole, ad ampio respiro, che disegna uno scenario in cui ogni dettaglio contribuisce alla rarefazione.
Ossimoro letterario? Forse. Sta di fatto che è proprio la cifra stilistica quella che rende davvero interessante questo romanzo.

Udo Berger trascorre una vacanza estiva nel paese sulla costa catalana in cui si recava da bambino con la famiglia. Stesso albergo, stessa locandiera per la quale da adolescente aveva avvertito i primi aneliti sentimentali.
Con lui l’eterea fidanzata Ingeborg e l’inseparabile Gioco di cui è campione – il Terzo Reich, per l’appunto- che lo impegna, tra le pareti della sua camera, nello studio di strategie e nella scrittura di articoli per riviste specializzate.
La scomparsa in mare di un compatriota con cui avevano stretto un’amicizia balneare offusca le tinte di questa vacanza straniante.

Di ciò che accade non racconto anche perché nel finale la trama perde più di qualche maglia ma vale la pena soffermarsi sull’architettura interiore cui dà vita la penna dell’autore.

Il racconto procede attraverso il diario quotidiano del protagonista e si attarda nella descrizione capillare e sonnolenta delle sue giornate. Udo è un solitario, un teorico, l’immobilità e la calura lo cullano in uno stato di alienazione in cui si fatica a tracciare una linea di confine tra realtà e percezione maniacale. Tanto più la narrazione si fa metodica, tanto più ne avvertiamo l’inconsistenza e in breve ci ritroviamo a navigare a vista guidati da un narratore inattendibile.

Sotto la lente del suo sguardo, anche i personaggi che ruotano intorno alla coppia appaiono per lo più ambigui, faccendieri, violenti, forse addirittura stupratori.

L’estate volge al termine, le ombre si allungano e l’atmosfera scivola gradualmente in un’ostilità generalizzata. Alla percezione di pericolo il protagonista risponde con un’atteggiamento di fatalismo e di passiva rassegnazione impegnando le sue energie residue in una lunga partita al Terzo Reich con una figura oscura dal corpo martoriato dalle bruciature col quale ingaggia una lotta che va ben oltre le finalità del gioco stesso.

Un finale che resta prigioniero del non detto e dell’immobilismo ottuso del protagonista che rientra in patria sconfitto senza aver sciolto i nodi del mistero.

Viv