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Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza

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La vita davanti a sé, quella cui fa riferimento il titolo, è una distesa di giorni da guardare con sospetto se, come accade al piccolo protagonista, si è stati messi duramente alla prova fin dai primissimi anni.
Mohamed, per tutti Momò, da che ha memoria ha sempre vissuto con Madame Rosa al sesto piano di una fatiscente palazzina nella periferia multietnica della Parigi del dopoguerra.
L’unica madre che abbia mai conosciuto è un’ebrea scampata alla Shoah, ex prostituta ormai anziana e malata che gestisce un rifugio per i figli che le colleghe -cui la legge del tempo impediva di esercitare la patria potestà- le affidano per evitare vengano chiusi nei brefotrofi di stato.
Il mondo di Momò è popolato da protettori, saltimbanchi, travestiti e meretrici. Un microcosmo di povertà che mescola etnie e religioni livellando le aspettative alla sopravvivenza. Uno scenario in cui i bambini imparano a cavarsela in fretta rendendosi invisibili.
Le origini di Momò sono avvolte nel mistero, a partire dall’età che Madame Rosa si ostina a tenergli nascosta facendogli credere di essere più giovane di quel che non sia realmente. In più di dieci anni nessuno si è fatto vivo per reclamarlo e l’unico affetto che abbia mai conosciuto è la tenerezza di quella madre surrogata, di cui parla alternando il disgusto fisico alla più sublime pietas filiale.
Lo sguardo di Momò è disincantato e guardingo, cinicamente concentrato sul presente, sfiduciato nei confronti di una vita che nasconde insidie e non si incarica della felicità di alcuno.
Eppure, nonostante il degrado che circonda le vite di questi personaggi, quando Madame Rosa si aggrava, assistiamo ad una gara di solidarietà che, mescolando la medicina tradizionale ai rituali dell’animismo magico, imprime un segno positivo a tutto il romanzo ed esaurisce ogni dubbio sul potere della condivisione. La ragione dell’esistere è nell’amore, l’amore che Momò prova, ricambiato, per Madame Rosa, proteggendola dalla verità della sua fine ormai prossima, assistendola con amorevolezza fino all’ultimo istante ed oltre.

Sono arrivata a questo libro attraverso un commento alla recensione del romanzo “Seppellitemi dietro il battiscopa” di Pavel Sanaev e ringrazio Paolo Zardi per avermelo segnalato.
Le considerazioni che seguono pertanto rispondono in merito alle possibili analogie tra i due romanzi.

In entrambi i casi la voce narrante è quella del piccolo protagonista, il linguaggio è volutamente semplice e immediato, talvolta sgrammaticato.
Lo sguardo sulla realtà è privo di sovrastrutture e mantiene intatta l’ingenua spietatezza dell’infanzia. L’ambiente è ugualmente frugale se non misero.

Ciò che allontana i due romanzi, a mio avviso, è essenzialmente da ricercare nella scelta stilistica dei due autori.
Se Panaev vira manifestamente al grottesco e induce il sorriso, per quanto amaro, di fronte all’attaccamento patologico che trasforma l’affetto della nonna in una serie di infiniti soprusi, ne “La vita davanti a sé” il basso continuo è la cupezza di una vita dal destino maligno, combattuta con dignità e determinazione.
Momò non ha nulla dell’inconsapevole ottimismo di Sašenka, nessun filtro, per quanto morboso, lo protegge dalle esperienze più crude. Si aggrappa ad una vita che lo respinge con una consuetudine alla sofferenza che lo fa somigliare ad un adulto, senza investire in un futuro incerto a cui riserva parole di scetticismo.
Un romanzo struggente, quello di Romain Gary, che dipinge un amore di autentica purezza.
Come un fiore nato in un mucchio di letame.

Viv