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Elena Ferrante, Storia della bambina perduta, e/o edizioni

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Mentre la “Ferrante fever” contagia anche il mercato in lingua inglese, con questo quarto volume si chiude la saga de “L’amica geniale”.

Poco o nulla da dire sulla trama, del resto chi non avesse letto i romanzi precedenti faticherebbe a seguirne gli intrecci.
Le vicende di Lila ed Elena si avviano alla loro conclusione lambendo i nostri giorni e ci muoviamo con loro verso l’età matura e la vecchiaia, con figli ormai adulti e affrancati, tragedie, solitudini e bilanci talvolta colmi di rammarico.
Pagine dense di avvenimenti tra i quali si staglia il dolore mai sopito per la bambina perduta, da cui prende il titolo l’ultimo episodio della saga.
Dopo più di cinquantanni il rione della loro infanzia è ancora il cuore pulsante a cui fanno capo entrambe, Elena che ne ha varcato i confini, così come Lila che non l’ha mai abbandonato e la loro amicizia è un cardine potente per quanto cerchino a più riprese di distruggerlo.

Sempre più si fa evidente quanto l’una sia specchio dell’altra, quanto entrambe si incarichino quasi inconsapevolmente di essere per l’altra la lama che tiene vigile l’attenzione, ciascuna a suo modo portatrice di debolezze di cui l’altra è giudice implacabile e angelo soccorritore.

Chi delle due sia l’amica geniale, chi la manipolatrice, chi intrinsecamente vittima dei propri fantasmi, chi del proprio sfrenato egoismo sono solo alcune delle domande che si fa il lettore ma non esiste risposta univoca.
Lila ed Elena si completano a vicenda in una relazione fortemente simbiotica che alterna ribellione e dipendenza, ciascuna porta su di sé qualcosa dell’altra.
Figlie del loro tempo incarnano il desiderio di emancipazione e di autodeterminazione sia pure con esiti molto diversi. Due figure a loro modo sgradevoli, piene di quei difetti che ci dispiace riconoscere in noi stessi e che sconcertano negli amici, diversamente fuse in un nucleo di affetti e di rivalità.

In particolare Lila non finisce di stupirci, con la sua fragilità nervosa, la sua forza inossidabile, le sue altalene umorali, la sua capacità di convogliare passioni e desideri in chi la circonda muovendone i fili quasi fosse un burattinaio noncurante nascosto dietro le quinte.
Non è un caso che Elena stessa -Elena che nei primi episodi ha vissuto con lo scrupolo della scolara diligente salvo poi ribellarsi al suo status di moglie e madre- sembri sgranarsi e perdere consistenza nella lontananza da Lila e, ancorché la distanza in ultimo sia una scelta deliberata, si sbricioli nelle incertezze della senilità e nel timore che l’amica possa surclassarla con un ultimo colpo di penna scrivendo il romanzo immortale che a lei non è riuscito di portare alla luce.

In ultimo le due bambole, smarrite nello scantinato di Don Achille, che tanto avevano contribuito a consolidare l’amicizia nascente tra le due bambine nel primo volume, faranno nuovamente capolino gettando una luce in parte sinistra, in parte liberatoria sull’amicizia tra due donne emblematiche che hanno il grande merito di riflettere la realtà senza cercare di piacere a tutti costi.

Con l’uscita dell’ultimo capitolo della saga è stato reso noto che dai quattro volumi verrà tratta una fiction televisiva.
Spero di essere smentita ma ho foschi presentimenti.

Qui la recensione a “L’amica geniale”.
Qui la recensione di “Storia del nuovo cognome”.
Qui la recensione di “Storie di chi fugge e di chi resta”.

Viv

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