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Elisa Ruotolo, Ovunque proteggici, Nottetempo

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Pensavo fosse finita.
A cinquant’anni suonati, quando il tempo s’è scelto una strada e la vita ha tutta l’aria di far meno rumore, il passato doveva darsi qualche scrupolo a mettere un piede avanti l’altro e rifarsi vivo. Era finita e io, per sempre fuori dalla grazia ma anche dal castigo, avrei portato innanzi ciò che restava col cuore dello scampato. Invece, quella che doveva essere una mattina come tante aveva in bocca il suo veleno.

Ho scelto di riportare le prime righe del romanzo per mettere da subito l’accento sull’aspetto più qualificante del libro, ovvero un linguaggio che non fa concessioni alla banalità e che, se inizialmente può rallentare la lettura, dopo poche pagine cattura con il potere delle immagini e la forza dell’inusuale.

Ciò che di anomalo accade in quella mattina è pretesto per un lungo racconto che di generazione in generazione riporta in vita coloro che hanno vissuto nelle stanze di Villa Girosa, stirpe maledetta da nascite infelici.

La genia dei Girosa attraversa l’ultimo secolo in un paesino campano all’ombra delle superstizioni, delle credenze popolari e del mito americano. I personaggi si moltiplicano, lasciano la casa di famiglia e vi fanno ritorno, fiaccati da un destino che li segna di padre in figlio come un peccato originale. Uomini irresoluti e donne inadatte alla maternità.

Un’atmosfera affine al realismo magico di certi romanzi latino americani in cui l’elemento fantastico si sposa al quotidiano e da una stirpe di erboristi, saltimbanchi e donne dai costumi non irreprensibili si leva dal coro la voce narrante di Lorenzo, il cui solo desiderio è la normalità di una borghesia trasparente anche a costo di rinnegare un padre che teme e di cui si vergogna macchiandosi del desiderio di essere orfano.

Un romanzo in cui i legami di sangue vengono contraddetti dalla casualità, dalle verità taciute, dalle menzogne solo intuite ma anche un romanzo in cui dalla sventura di una nascita all’ombra di un sospetto può venire la scintilla di un lieto fine, la possibilità di un riscatto, di una nuova partenza.

Siamo di fronte ad una saga familiare densa e molto strutturata, in cui si respira l’odore della polvere e della carne ma prima ancora si è conquistati da un linguaggio che colpisce prima l’intuizione e poi la logica, ricco di immagini e di metafore ruvide e seducenti.

Prerequisito per la lettura di questo romanzo è un tempo senza distrazioni e uno spazio da riempire con le suggestioni della pagina scritta.
Di bello c’è che l’estate è lontana e non correte il rischio di farlo scivolare incautamente nella borsa da spiaggia.

Viv