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Giorgio Fontana, Morte di un uomo felice, Sellerio

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Questo è un romanzo che mi piacerebbe mettere sotto l’albero di Natale di ciascuno di voi e ringrazio Polimena per la sua preziosa segnalazione.

La Milano del romanzo di Giorgio Fontana è quella sul finire degli anni di piombo.
Protagonista è un giovane magistrato saronnese che coordina le indagini su un omicidio rivendicato da una cellula terrorista di matrice rossa.
Un uomo perbene, buon padre di famiglia, che crede in Dio e nella Giustizia.
Orfano di un operaio partigiano ucciso dai fascisti, vive un’inquietudine che da sempre lo spinge a tentare di comprendere la figura e le motivazioni di un padre che non hai mai conosciuto.
Allo stesso modo è tormentato dalle ragioni dei terroristi, studia con attenzione il linguaggio dei loro comunicati e insegue una verità che prima ancora di essere giudiziaria è umana e filosofica.

“Non dobbiamo essere gli uomini dell’ira.”
A questo monito Giacomo Colnaghi si aggrappa nei momenti di buio assoluto.
All’atavico desiderio di vendetta che investe le vittime delle stragi egli oppone il libero arbitrio e la pietas del magistrato che persegue l’ordine sociale più che la giustizia privata.
Cosa si risponde ad un ragazzo cui hanno ucciso il padre? Colnaghi sa bene che non esiste indennizzo al dolore, salvo forse l’abnegazione di chi, come lui, sceglie di non distogliere gli occhi, di vivere per lenirlo.
E se la morte, annunciata fin dal titolo, pone fine alla ricerca, la felicità di Giacomo è la stessa di suo padre Ernesto, quella dell’uomo comune che fa tesoro delle piccole gioie di ogni giorno, che vive con dignità e coraggio cercando di non deludere in primo luogo se stesso e i propri ideali.
Anche narrativamente il racconto delle vite di padre e figlio procede su un doppio binario che converge in un destino comune, in cui il sacrificio dell’uno incarna quello dell’altro, entrambe figure morali e appassionanti con i dubbi e le debolezze dell’uomo imperfetto che tende al Bene con naturalezza, come all’unica scelta possibile.

Per quanto attiene all’ambientazione, pur essendo nato nell’81, anno in cui si svolge l’azione del romanzo, Fontana ha saputo far rivivere, con uno stile asciutto di grande immediatezza, la Milano a cui sono più legata, quando la grande città conservava un tessuto urbano che oggi definiremmo provinciale, in cui il dialetto era ancora musica di sottofondo, i piccoli alimentari non erano stati soffocati dai grandi centri commerciali e l’unica movida era quella dei bar alla buona con il biliardo nel retrobottega.
Intatta sulla pagina così come nei miei ricordi, l’ho ritrovata nei luoghi familiari della mia infanzia -come il deposito dell’ATM all’angolo di via Teodosio all’interno del quale buttavo sguardi affascinati ogni volta che andavo a trovare i nonni- e in quello stesso clima di tensione che si respirava dentro e fuori casa.

Meritatissimo Premio Campiello 2014.

Viv