Tag

,

Aurora Frola, I ricordi non si lavano, Edizioni della sera

foto

Il romanzo si apre con il tentato suicidio della protagonista e si snoda nei tre mesi di degenza nella clinica psichiatrica in cui Angelica lotta quotidianamente per liberarsi da un passato di dipendenza farmacologica, sostanze stupefacenti, alcol e violenze.

“Credo di essere morta tanto tempo fa e credo che in quel momento tutti stessero guardando da un’altra parte.”

Padre assente dalla personalità succube, madre anaffettiva che vorrebbe esibire al mondo una figlia perfetta di cui al contrario è perennemente scontenta, abusi infantili, medici superficiali che curano il sintomo senza indagare il disagio. Questi gli ingredienti.
In particolare la denuncia contro certa Medicina che guarisce il corpo ignorando l’anima torna puntuale nel corso della narrazione e si esplicita anche nella discrasia tra supporto farmacologico e psicologico all’interno della struttura psichiatrica.

Anni fa chiacchierando con uno psichiatra, questi mi disse che esistono persone predisposte alla dipendenza ed altre che sono, per così dire, geneticamente refrattarie ad assoggettarvisi.
La protagonista de “I ricordi non si lavano” appartiene certamente al primo tipo umano e per mia buona sorte, al di là degli schieramenti -più o meno costruttivi, più o meno polemici- la mia esperienza personale non è assimilabile alla tesi sposata dall’autrice che fa dei medici figure di secondo piano, prive di qualsivoglia incidenza.
Non è un caso che il dramma dell’abuso sessuale, che porta la fragile Angelica a riempire il vuoto di un’autostima negata con incontri promiscui e psicofarmaci cadendo nell’abisso delle dipendenze e dell’abbrutimento, emerga solo nella confidenza con una degente, altra creatura abusata e ferita con cui Angelica sente una profonda identificazione.
La narrazione è un prolungato grido di rabbia e dolore e attraverso quei ricordi che non si lavano e che continuano a sporcare la nostra anima, un viaggio attraverso i mostri che abitano Angelica e le sue compagne.

Indubbiamente il romanzo offre uno sguardo panoramico sulle tragiche conseguenze degli abusi infantili specie laddove siano assenti figure adulte di protezione e riferimento e, come già detto, denuncia la superficialità di un approccio medico esclusivamente farmacologico.
La lettura è estremamente veloce e ci accompagna in poche ore, dalla ribellione iniziale alla consapevolezza, attraverso una routine ospedaliera che esprime il suo meglio nelle interazioni con le altre degenti, fino ad una possibile rinascita.

Il racconto in prima persona, le frasi spezzate e ripetitive, il pensiero solipsistico sono funzionali ad esprimere il malessere ma non scavano nella profondità dei personaggi, dei quali assaggiamo superficialmente il disagio ma a cui restiamo profondamente estranei.
La stessa Angelica -venticinquenne laureata summa cum laude in Lettere- si esprime con un linguaggio monocorde e si racconta senza introspezione.

Dal punto di vista stilistico mi sono ritrovata mio malgrado a contare le volte in cui la parola marcio e suoi derivati compaiono nella prima metà del romanzo. A pagina 52 -parliamo di 45 pagine al netto di occhiello, frontespizio, colophon e pagine bianche- siamo a quota nove e da pagina 54 si ricomincia. Pagina 57, 59, 63, 66.
Medesima perplessità sull’uso insistito del verbo ingoiare e delle metafore, in particolare quella sul cotone assimilato alle sostanze psicotrope e quelle sulla bambola rotta in cui si trasforma l’essere umano abusato.

Sono troppo severa? Forse.
Come già in altre occasioni mi domando se la scelta di tematiche spinose non costituisca una sfida che spesso non viene pienamente vinta, specie in opere di esordio.

Si intravede una potenzialità di scrittura ma nello specifico la riflessione si limita a grattare la superficie utilizzando un linguaggio e uno stile povero di sfumature che, nel bene e nel male, è figlio del nostro tempo.

Viv