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Federico Roncoroni, Un giorno, altrove, Mondadori

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Un romanzo in forma epistolare -scelta che mi è cara sin dalle “Relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos- in cui citazioni dotte e richiami letterari intervengono nel testo con la disinvolta consuetudine con cui l’uomo colto dissemina il suo eloquio.

Un carteggio moderno a colpi di posta elettronica, al quale abbiamo accesso solo parzialmente perché le lettere che leggiamo sono quelle che Filippo indirizza ad Isa, amore indimenticato che si riaffaccia nella sua vita dopo sette anni.
Di Filippo veniamo a sapere quasi tutto, la grave malattia che ha allontanato Isabella, la presenza della moglie Teresa al suo capezzale, l’eremo sul lago di Como dove si è ritirato dopo la guarigione e dove in solitudine prosegue la sua attività di letterato e saggista.
La malattia ha lasciato profonde cicatrici nel sessantenne Filippo ma la ferita aperta dall’assenza dell’unica donna -tra le tante- davvero amata è quella che anima ogni singola pagina.
La ricomparsa di Isa tocca un nervo scoperto della sua rassegnata quotidianità e Filippo, dalla gioiosa e diffidente stupefazione iniziale, in ogni lettera va ritrovando qualcosa del legame specialissimo che li univa fino al ridestarsi del desiderio accorato di una seconda occasione.

Dal canto suo Isa svela pochissimo di sé, con risposte che sappiamo evasive ed interlocutorie.
Se da un lato lascia spazio all’immaginazione fervidissima di Filippo, negandogli informazioni e certezze, dall’altro lo incalza affinché egli si racconti nel dettaglio ripercorrendo quei sette anni di vuoto.
Domanda dei lunghi mesi della malattia, delle altre donne e del sesso, pare ossessionata dal rapporto con la spiritualità e la preghiera e sempre riceve risposte generose ed articolate che non ricambia se non con piccole concessioni atte a mantenere aperta una comunicazione di cui sembra avere un disperato bisogno.

Il finale non sorprende ma non è nella trama l’originalità di questo romanzo.
Se mai é nella forza e nella vivezza del dialogo che Filippo tesse in questi apparenti soliloqui epistolari, nelle immagini colte che fanno da contrappunto alle espressioni colloquiali, talvolta sbrigative, a sottolineare la profonda sintonia degli interlocutori, nell’introspezione del protagonista che si dischiude al lettore nella complessità della sua umanità disincantata.

Una lettura che si accompagna ad una sorta di déjà vu -almeno per me così è stato- a qualcosa di pervasivo e tuttavia sfuggente forse perché, insieme a Filippo, si subisce l’assenza programmatica di una Isabella dai molti volti, volti che Filippo vezzeggia uno per uno con gli appellativi -Isa Bellina, Isa Dolce e Amara, Isa Monella, Isa Saggia, Isa Santarella, Isa Rompina- che gli suggerisce l’intima corrispondenza di amorosi sensi e il bisogno incalzante di un contraltare in carne ed ossa.

“Ho nostalgia dell’unica donna vera che ho amato tutta, tutta intera, con l’entusiasmo di un’eterna adolescenza e la potenza di una giovinezza senza tramonto, e che ancora amo con tutta la consapevolezza dell’età matura, con una passione che non si è mai sopita e che rende sempre più aspra la sua assenza”.

Viv