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Irène Némirovsky, Una pedina sulla scacchiera, Adelphi

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Siamo a Parigi negli anni Trenta e la crisi economica grava sulla pagina scritta e sul protagonista. Christopher Bohum, erede mancato di una fortuna svanita in seguito al crollo della borsa è costretto ad una squallida vita impiegatizia nella società che un tempo apparteneva al padre, ormai in fin di vita, da cui Christopher non ha ereditato nessuna delle qualità che ne avevano fatto uno squalo della finanza.
Personaggio sconfitto, dai desideri disordinati e dalla depressione neppure troppo latente, detesta la vita e vive in attesa della morte.
Accetta la miseria con rassegnato sdegno e quando viene in possesso di informazioni compromettenti -unica eredità paterna- con cui potrebbe ottenere favori e denaro da uomini molto potenti rinuncia ad utilizzarle con un gesto di per sé etico, se non fosse gravato dall’ignavia.
Circondato da comprimari altrettanto disillusi, uomini e donne dentro ai quali si è spenta ogni scintilla, si muove nella cupezza più estrema dando vita a un racconto privo di qualsiasi riscatto.
Vero è che si vuole ottenere il quadro di una società allo sfascio e di una quotidianità indistinta e priva di sbocchi ma il nichilismo del racconto permane nell’impressione del lettore come un difetto di scrittura -troppo fredda e meccanica- e i personaggi restano sullo sfondo, privi di anima persino nella loro disperazione, uniformati alla stessa nota in minore.

Della Némirovsky è facile dire bene perché è scrittrice raffinata e raramente delude il lettore che ad ogni romanzo ritrova con immutato piacere lo stile acuto e la puntuale analisi sociale e psicologica. Tuttavia a mio parere, malgrado la sconcertante attualità e l’accuratezza dello stile, questo non è uno dei suoi libri migliori.

Viv