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Paolo Zardi, Il signor Bovary, intermezzi editore

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“Si era fatto l’amante in febbraio, mentre sua moglie era al settimo mese della gravidanza e la figlia maggiore aveva finalmente abbandonato il pannolino.”
Un incipit che inchioda alla pagina e prelude ad un romanzo breve in cui il dramma umano della noia e della fuga dal quotidiano scivola in una tragedia dai toni crudi e dai risvolti di greve realismo.
Un linguaggio senza sconti che racconta la passione e mette a nudo l’ebbrezza della trasgressione al suo nascere.
L’ottundimento traveste il senso di colpa con piccole bugie che santificano i sentimenti per la famiglia tradita, l’euforia iniziale si trasforma nel desiderio avido di momenti di normalità negata e l’imprudenza fatale diventa solo questione di tempo.
E fatale non è certo un termine scelto a caso in un racconto in cui lo spettro del castigo -o se preferiamo, dell’assunzione di responsabilità- si palesa a più riprese e si incarna definitivamente nelle sembianze di un vendicatore quasi legittimo, dallo sguardo vacuo e dai modi insopportabilmente cortesi.

Il racconto si legge d’un fiato e brilla per momenti di grande vivezza, uno tra tutti il luciferino godimento dell’uomo probo che per la prima volta sperimenta la propria bassezza e che con una punta di incredulità si compiace di ripetere alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno le cinque sillabe che hanno cambiato la sua prospettiva: “Ho un’amante”.

Non un libro sui buoni sentimenti ma un buon libro sui sentimenti e sulle debolezze umane, sulle quali il Fato non manca mai di accanirsi.

Su Grafemi, il blog dell’autore, potete trovare la presentazione del libro.

Viv