Tag

, , ,

Emilio D’Alessandro, Stanley Kubrick e me, Il Saggiatore

foto

Un romanzo per appassionati cinefili che porta il lettore nelle stanze private di uno dei registi più innovativi e geniali degli ultimi decenni.

La voce narrante di Emilio D’Alessandro, coadiuvata da Filippo Ulivieri, ripercorre i trent’anni vissuti a stretto contatto con il suo datore di lavoro dapprima come autista e in breve come factotum e assistente personale.

Ne esce il ritratto di due uomini, profondamente distanti sul piano intellettuale, uniti da una fratellanza costruita sul rispetto reciproco, la fiducia e la vera semplicità d’animo.
Unico ad avere le chiavi delle stanze in cui viveva il regista, D’Alessandro racconta un’esperienza di piccola quotidianità all’interno di una relazione privilegiata, quasi parentale, fondata sulla sua disponibilità senza limiti di orario a svolgere ogni possibile mansione. Dalle piccole riparazioni domestiche, alla cura dei numerosissimi ed amatissimi animali domestici della famiglia Kubrick, accompagnatore, facchino, segretario, pony express, meccanico, confidente ed amico.

Kubrick univa genialità e riservatezza, amava vivere al di fuori dell’establishment, nella tranquillità della campagna inglese, dalla quale si allontanava a fatica persino per dirigere i suoi film.
Guardato con timore reverenziale dagli attori e possibili collaboratori, che lo avvicinavano con apprensione condizionati dalle dicerie negative sul suo carattere severo e dispotico, dopo pochi istanti li coinvolgeva nei suoi progetti con l’entusiasmo, la competenza e i modi garbati.
I “capricci” del regista erano indirizzati supremamente alla realizzazione delle sue opere così come le aveva immaginate, applicando ad ogni dettaglio una cura maniacale improntata alla ricerca della perfezione, ma sconfinavano anche nella vita privata che richiedeva una dedizione assoluta da parte dei suoi più stretti collaboratori.
Indubbiamente un uomo ricco di contraddizioni, riservato e generosissimo, che non amava risolvere le problematiche quotidiane se poteva delegare una persona di fiducia ma che teneva scrupolosamente sotto controllo ogni dettaglio della sua vita pubblica e privata cercando di sfuggire alla notorietà e al clamore conducendo una vita estremamente ritirata e low profile.

Cinematograficamente i trent’anni della biografia di D’Alessandro coprono il periodo che va da “Arancia meccanica” ad “Eyes wide shut” con aneddoti gustosi narrati in semplicità da chi sembra non rendersi conto della straordinarietà di uno sguardo così intimo e privilegiato.
Alcuni degli oggetti di scena -dal tavolino su cui erano appoggiate le pistole nel duello di “Barry Lyndon” al tappeto dell’Overlook Hotel in “Shining”- fanno tutt’ora parte dell’arredo della villetta italiana di Cassino, dove D’Alessandro si è definitivamente trasferito dalla morte di Kubrick.

Viv