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Hermann Hesse, Il gioco delle perle di vetro, Mondadori

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Lo scelsi in biblioteca quando avevo quindici anni, affascinata dal titolo.

Alunna di ginnasio, ero ancora digiuna di filosofia e ignoravo per molti aspetti il contesto storico-culturale che aveva dato vita al romanzo ma quelle seicento pagine mi incantarono.
Quello fu il primo di molti incontri, quattro ad oggi, e ogni volta mi domando se sarà l’ultimo o se tra una decina d’anni il Gioco comincerà a chiamarmi nuovamente con voce suadente dallo scaffale dedicato alla letteratura tedesca.

Pubblicato per la prima volta nel 1943, quando il secondo conflitto mondiale non era ancora concluso, “Il gioco delle perle di vetro” è un romanzo stratificato, che dietro l’apparenza di una fluidità benedetta dalle Muse richiese al suo autore dieci anni di lavoro.
Ambientato in un futuro ormai prossimo nella provincia protetta di Castalia -un microcosmo per studiosi e contemplativi dediti all’arte del Gioco- narra in forma di saggio biografico la vita del Magister Ludi Joseph Knecht.
Nella parte centrale del romanzo ripercorre la sua precoce vocazione alla musica, gli anni di studio, la vita di celibato al servizio dell’Ordine, l’ascesa fino alla massima carica di Maestro del Gioco, la crisi personale e il ritorno nel mondo fino alla fine avvolta nella leggenda.
Un saggio iniziale introduce le origini e lo sviluppo della disciplina del Gioco, in appendice sono tramandati gli scritti giovanili di Knecht.

Nel corso del romanzo Hesse motiva la nascita del Gioco come il prodotto di una società decadente “per un ravvedimento ascetico-eroico e per uno sforzo dello spirito, come per un profondo bisogno di ordine di norme, di raziocinio, di leggi e misure da parte di popoli sfiniti e dissanguati” ma attraverso la vita del protagonista insinua il dubbio che un mondo isolato di eletti, dediti esclusivamente alle attività del pensiero, non sia del tutto auspicabile.

Ma in cosa consiste il Gioco delle perle di vetro?
Il Gioco è la sublimazione di ogni Arte e attività intellettuale -in primis la musica- un’architettura severamente codificata da simboli che consentono di creare delle associazioni astratte volte alla comprensione unificata del sapere.
Ma è altresì una disciplina contemplativa, una sorta -mi si passi l’ossimoro- di teologia laica in cui il pensiero metafisico si sposa alle scienze applicate.

Hesse lo descrive con dovizia di particolari ma si tratta pur sempre di un prodotto dell’immaginario intellettuale alla cui comprensione ciascun lettore può avvicinarsi unicamente per similitudini e sovrapposizioni attingendo alla fantasia all’esperienza personale e ai propri talenti peculiari.

In Knecht riconosciamo e ammiriamo l’uomo in cammino verso il perfezionamento di sé, animato da grande ardore e scosso da forti dubbi, che lotta in buona fede contro forze contrapposte.
Il talento e il carisma personale ne fanno un predestinato alle più alte cariche, ricercato fin dalla giovinezza dai compagni che riconoscono in lui un leader naturale e benvoluto dai superiori per una certa qual innocenza e per l’assenza di ambizione smaniosa.
Potremmo definirlo un contemplativo destinato all’azione, un uomo etico che accetta un ruolo di comando suo malgrado, consapevole che tanto più sono numerosi i talenti ricevuti tanto più si è gravati dalla responsabilità.

Romanzo politico-filosofico e romanzo di formazione dunque.
E qui mi fermo perché sono certa che pochi sarebbero disposti a leggere oltre ma da innamorata di lungo corso vi suggerisco di prestare orecchio alla musica del Gioco, chissà che non stia chiamando anche voi.

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Viv