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Alain de Botton, Esercizi d’amore, Guanda

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A metà strada tra il saggio e la commedia romantica, “Esercizi d’amore” è la storia di un incontro, mutuata dalla voce del protagonista maschile.
Dall’idealizzazione dell’oggetto d’amore, al disincanto delle prime discrasie fino alla caduta degli dei, la struttura del romanzo procede per spunti di riflessione e ripercorre le fasi della parabola amorosa dando largo spazio a considerazioni di tipo psico-filosofico.

Sotto la lente d’ingrandimento finiscono tutte le potenziali insidie legate al sentimento e alla passione, nel caso specifico le istanze di un amore acerbo, egoriferito, che non riesce a trovare pace nella costruzione di un progetto.
I rischi sono quelli di un approccio che cerchi nell’altro il compimento della propria identità con una sorta di mimetismo volto a piacere e compiacere finendo per cannibalizzare il partner.
Se l’equivoco di fondo prelude al fallimento dei due amanti consente tuttavia all’autore, per bocca del suo protagonista, di analizzare retrospettivamente a partire dai dettagli della quotidianità le ragioni universali cui soggiace il pensiero amoroso.

L’assertività stilistica sconfina nel saggio di genere e rende inevitabile per il lettore domandarsi con insistenza se e quando l’amore chiosato dal protagonista abbia trovato riscontro nella sua esperienza personale.

Non ricordo, neppure da giovane, di aver vissuto infatuazioni tali da annebbiare il mio giudizio, il che non significa necessariamente che le mie scelte fossero conseguenti, semplicemente che non credo alla cecità degli amanti quanto alla loro volontà di amarsi ad occhi chiusi.
La razionalità alberga a dispetto delle passioni e il sentimento d’amore si tiene in equilibrio come un funambolo tra la pancia e il cervello, passando per tutti gli altri organi coinvolti.

Sono in parziale disaccordo quando l’autore sostiene che amore e liberalità siano sostanzialmente incompatibili e che l’interesse per l’altro generi una sorta di tirannia che ci spinge a modificare in modo dispotico ciò che non ci soddisfa.

E’ davvero così disturbante che il partner desideri indossare un capo che riteniamo orrendo o che insista per riempire casa di soprammobili detestabili?
L’innamoramento non ci rende di fatto più tolleranti nel guardare con tenerezza le debolezze veniali o è proprio in virtù del nostro sentimento esclusivo che mal sopportiamo la caduta di un ideale?
E ancora, l’amato è lo specchio deformante attraverso il quale cerchiamo di dare consistenza al nostro esistere? Una sorta di divinità pagana che informa la nostra vita, che posa il suo sguardo sul nostro mistero e si incarica di decodificarlo anche per noi?

Insomma, se amate confrontarvi con dissertazioni filosofiche sulla natura dell’amore ma cercate un approccio discorsivo e scorrevole -talora, va detto, un tantino didascalico- questo romanzo potrebbe fare per voi.
Se invece non vi spaventano letture meno “addomesticate” e avete mancato l’appuntamento con “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, uno sguardo in quella direzione, fossi in voi, lo darei.

Viv

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