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Roberto Andò, Il trono vuoto, Bompiani

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Di solito preferisco il percorso opposto ma a volte capita che la visione del film preceda la lettura del libro.
E’ avvenuto, del tutto casualmente, con “Il trono vuoto” di Roberto Andò che ha curato con Antonio Pasquini anche la direzione e la sceneggiatura del film.
A parte la variante sul titolo -“Viva la libertà- che precipita in uno sconfortante anonimato la scelta originale, il film merita e si avvale dell’interpretazione magistrale di un grande Toni Servillo impegnato nella parte del protagonista e del suo doppio.

In una Italia sovrapponibile a quella dell’ultimo ventennio berlusconiano, il segretario del primo partito di opposizione, nell’imminenza di una disfatta elettorale e a fronte di sondaggi poco incoraggianti, scompare dalla scena politica senza lasciare traccia di sé.
Rifugiatosi in Francia ospite di un amore giovanile cerca di ritrovare se stesso e le passioni che muovevano i suoi passi prima che la staticità e i compromessi di Palazzo erodessero il suo spirito.
In patria il suo braccio destro nel tentativo di coprirne la fuga finisce col rivolgersi al gemello Ernani -esimio studioso di filosofia, vissuto nell’ombra e affetto da disturbi bipolari- che ripetendo uno scambio di ruoli sperimentato goliardicamente in gioventù comincia a parlare in nome del segretario infondendo freschezza ed immediatezza ai suoi proclami e facendo risalire vertiginosamente i consensi.

Siamo di fronte ad un romanzo che si muove con grazia in un mondo dove le maschere sono più numerose che in teatro, alternando citazioni dotte e richiami letterari.
La perfetta adesione tra pagina scritta e immagine filmata porta una sovrapposizione eccessiva per chi arrivi al romanzo in seconda battuta e la straordinaria forza espressiva di Toni Servillo offusca in parte una scrittura che appare molto studiata.
Resta l’analisi spietatamente amara di una politica -quella italiana- ormai in necrosi a più livelli, autoreferenziale, votata all’autoconservazione, priva di idee, che si esprime con un linguaggio involuto e incomprensibile ai suoi elettori.
Particolarmente interessante il rimando -esplicito anche se piuttosto in sordina- al romanzo di Kosinski “Oltre il giardino”, da cui fu tratto un film con Peter Sellers nei panni del giardiniere che conquista l’opinione pubblica con l’apparente ingenuità delle sue metafore naturalistiche, imprimendo al linguaggio politico la semplicità disarmante del buon senso comune e della saggezza popolare.
Sullo sfondo, la relazione col proprio doppio, i conflitti sentimentali irrisolti, il male di vivere e le passioni, non solo amorose, che hanno il potere di risvegliare il nostro spirito sopito.
Ed un finale ambiguo che nel film ha lo sguardo scanzonato e sornione di Servillo .

“Oggi mi chiedo perché la gente non diffidi di chi sa parlare bene in pubblico. Degli oratori affascinanti. Degli oratori travolgenti. Quelli che in ogni circostanza praticano l’illusionismo più efferato, illudendo la gente di poter contenere con le parole il caos e il dolore del mondo, di saper gestire l’impossibile.”

“Il consenso deve cambiare forma. (…) Il consenso è una cosa seria, e non ha niente a che fare con le alleanze. Oggi l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente.”

Viv

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