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Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza

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Quattro romanzi presentati da Neri Pozza in un unico volume di 730 pagine a cui seguirà la pubblicazione dell’ultimo capitolo della saga dei Melrose.

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Una lettura dall’approccio complicato che ho dovuto far sedimentare per diversi giorni, così come era avvenuto con Martin Amis e come mi capita ormai con una certa puntualità di fronte ad autori contemporanei cui mi avvicino attratta dalle critiche incensanti dei loro stessi colleghi che spendono parole di entusiastica e rapita stima.
La scrittura di Edward St Aubyn -a mio modesto avviso lontanissima dalla leggerezza inarrivabile di Oscar Wilde, cui è stato accostato con insistenza dalla critica- è più pulita, chirurgica e, seppure fastidiosamente caustica, ha una struttura meno farraginosa di quella di Amis.
St Aubyn usa le parole come lame affilate per descrivere vizi e debolezze di un’aristocrazia in caduta libera cogliendone di volta in volta gli aspetti più desolanti.

La struttura narrativa è quella del “tranche de vie”. Ogni romanzo fotografa a distanza di anni il protagonista, Patrick Melrose, nel suo tormentato percorso di formazione.

Il primo romanzo ruota intorno alla personalità oscura ed affascinante di David Melrose che, nell’assolata immobilità di una vacanza provenzale -in cui par di sentire finanche il frinire dei grilli- somministra al figlio di cinque anni un’educazione viziata dalla ferocia psicologica e dagli abusi, descritti per altro con spietata levità, sotto lo sguardo inerte di una madre alcolista e succube.
Complici i loro ospiti occasionali, vittime a loro volta di un’estenuante esercizio della scortesia, in cui le parole sono utilizzate come armi improprie al servizio di una strategia della conversazione ad effetto che è magistrale cesello di un’atmosfera disturbante fin dalle primissime pagine.

Nel secondo volume ritroviamo Patrick Melrose ventiduenne a New York dove si è recato per recuperare le spoglie mortali del padre. Uno sconvolgente delirio tossico al costante inseguimento della grammatura perfetta che massimizzi l’effetto euforizzante della droga minimizzandone rischi e conseguenti stati depressivi.
Una maratona tra pillole e polveri bianche che trascina il lettore nelle strade più malfamate e nei bagni più sordidi, ancor più disumanizzanti quando si tratta delle eleganti e specchiatissime toilette dei ristoranti di lusso.

Nel terzo volume, come recita il titolo, si fa strada una tenue speranza. Patrick, trentenne e disintossicato, riesce a confidare gli abusi infantili ad un amico e comincia un percorso che dovrebbe liberarlo dai fantasmi del passato che tuttavia ancora lo imprigionano in un lungo -e per la verità estenuante- party dalle atmosfere quanto mai oniriche.

Nel quarto libro incontriamo la famiglia di Patrick, moglie e due figli, in quella stessa casa in Provenza in cui si erano svolti i primi drammatici eventi. La madre è ricoverata in una clinica per malattie mentali e lo ha privato del suo patrimonio facendo testamento in favore di una setta pseudo shamanica.
Trascurato da una moglie dedita in esclusiva alla prole, Patrick pasticcia con tranquillanti e relazioni extraconiugali cercando di venire a patti con i sentimenti di forte ambivalenza che nutre per la madre da cui si sente doppiamente tradito.

Impossibile non sottolineare la forte connotazione autobiografica e le facili letture in chiave psicanalitica di un testo che in toto rappresenta un atto d’accusa verso una genitorialità distratta, assente -se non addirittura criminale- e sui suoi esiti.
Nel complesso una lunga disamina sulla difficoltà di accogliere il proprio vissuto provando a non uscirne strumenti della propria distruzione, schivando il torbido pericolo dell’emulazione di chi ci ha ferito, in cui i momenti di speranza si contano in pochissime righe e i personaggi -negativi, nessuno escluso- non suscitano alcuna empatia.
Una lettura, come dicevo all’inizio, piuttosto faticosa che spesso nel mio caso si riduceva a poche pagine giornaliere.
Che ha lasciato perplessi alcuni e scatenato l’entusiasmo di altri.
Impossibile farsene un’idea compiuta fermandosi al primo volume che, in ogni caso, resta quello che ho apprezzato maggiormente.

Chiudo con una frase dell’ultimo Patrick, che sintetizza con cinica rassegnazione le due figure genitoriali a cui siamo debitori di questa saga la cui stesura ha impegnato St Aubyn per ben ventun’anni.
“Probabilmente sarebbe stato meglio se le donne il cui sviluppo si era arrestato all’infanzia non avessero messo al mondo dei figli con mariti tormentati, misogini, omosessuali e pedofili ma niente era perfetto in questo mondo sublunare.”

Viv

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