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Grégoire Delacourt, Le cose che non ho, Salani

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Oggi divagazioni sul tema della ricerca della felicità.
Non una vera e propria recensione ma una serie di considerazioni nate dalla lettura di un romanzo che in Francia è stato un vero e proprio caso editoriale.
Ciò che segue -tengo a sottolinearlo- poco ha a che vedere col valore letterario del testo in questione o la piacevolezza della lettura ma è piuttosto una disamina personalissima dei suoi contenuti, in contrapposizione a ciò che la critica ha incensato, ovvero la capacità di desiderare ciò che ci rende felici, di vedere la ricchezza nascosta nelle piccole cose e nelle banali certezze che sottostimiamo finché non ci accorgiamo di averle perse.

Vero è che il momento storico personale, la fase emotiva e il nostro vissuto ci condizionano nell’approccio e nell’adesione ad un testo letterario quindi i molti lettori che hanno trovato nelle pagine del romanzo di Delacourt un messaggio di speranza e l’elogio delle piccole cose mi perdoneranno se io sono stata colta da un malinconico sconforto.
Mi spiego.

La protagonista del romanzo, vive una vita semplice e piuttosto tranquilla in una piccola cittadina francese, sposata con un uomo senza grandi slanci dal quale in passato si è lasciata maltrattare gravemente, due figli grandi -assente l’uno, silenziosa l’altra con la quale tuttavia ha un rapporto di tacita comprensione- qualche amica dal cui entusiasmo si lascia travolgere di tanto in tanto.
Il suo mondo ruota intorno ad una merceria e ad un blog “Mani di fata” in cui racconta le sue giornate lavorative, i nuovi arrivi e tesse una preziosa rete invisibile di amicizie virtuali.
Una vita rassicurante in cui Jocelyne si rannicchia come in un bozzolo, finché una vincita alla lotteria -una somma di quelle che cambiano l’esistenza- la pone di fronte ad un un dilemma che non può ignorare: comunicare al marito e ai figli la buona sorte ed accettare i cambiamenti che ne deriverebbero oppure lasciare l’assegno ben nascosto sotto la soletta di una scarpa, inutilizzato, e restare aggrappata al solido minimalismo quotidiano evitando di increspare la tranquilla superficie del suo vivere.
E qui mi fermo perché non è necessario raccontare quali saranno gli sviluppi imprevisti.

Dalla mia sinossi e dalle parole che ho scelto per raccontare la protagonista si evince già il mio pensiero.
Possiamo chiamare felicità quel senso di rinuncia che aleggia tra le pagine del romanzo, le scelte a protezione di un quotidiano rassicurante privo di slanci?
Se è vero che accontentarsi delle piccole gioie di ogni giorno, farsi bastare quanto si possiede e non desiderare disordinatamente ciò che non potremo mai raggiungere è il segreto per una vita, se non appagante, per lo meno lontana dalla quotidiana frustrazione, ho dei dubbi che questo pensiero sia incarnato nella protagonista di questo romanzo.
Sembra che l’autore voglia suggerirci che la rinuncia alla ricchezza sia una scelta coraggiosa, volta a dare valore ai sentimenti, a proteggerli, ma ai miei occhi ciò che porta alla luce la vincita inaspettata sono i piccoli grandi problemi irrisolti, la precarietà di ciò che ci si ostina a chiamare felicità.
C’è un’innegabile gratificazione nella ritualità del quotidiano ed è cosa buona e giusta saper trarre il meglio da ciò che la vita ci offre ma fare della mancanza di coraggio un’apologia non mi trova d’accordo.
Sarà che la protagonista non mi è parsa felice neppure prima che si verificasse il fausto evento, mi è sembrata una donna spaventata e spenta, che si racconta una favola a cui desidera credere, che finge di non cogliere i segnali destabilizzanti in chi le vive accanto e che, forse proprio perché meno ingenua di quel che sembra, di fronte al rischio di veder cambiare il mondo che la circonda, chiude gli occhi e si mette in pausa aspettando che la catastrofe si abbatta su di lei.
E se la catastrofe lascia Jocelyne svuotata ed incapace di ricostruirsi se non in un’apparenza di felicità anche il lettore non se la passa meglio, preda di un vago senso di amarezza.
Ripeto, per me l’elogio delle piccole cose sta altrove.
Leggete e meditate.

Viv

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