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Jonathan Coe, La pioggia prima che cada, Feltrinelli

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A Thea piace la pioggia prima che cada. E non importa che la pioggia prima che cada non sia ancora pioggia, come tenta di spiegarle pedissequamente Rosamond, la voce narrante.
“Qualcosa può ben farti felice anche se non è reale” risponde la piccola sognatrice.

Il racconto si snoda in venti istantanee scelte con cura tra gli album custoditi in soffitta, un testamento spirituale che Rosamond affida al microfono di un registratore poco prima della sua morte.
La destinataria è Imogen, figlia di quella Thea tanto amata cui piaceva la pioggia che Rosamond accudì negli anni dell’infanzia mentre la madre, sua cugina di primo grado, inseguiva sogni che non includevano la maternità ed i suoi obblighi.
Di Imogen si sono perse le tracce da molti anni e le parole di Rosamond all’alba del funerale vengono affidate ad un’altra erede, affinché rintracci, se possibile, la destinataria.
Venti descrizioni minuziose -perché Imogen è cieca e non ha mai potuto vedere i luoghi e i volti ritratti- venti attimi del passato da cui prendono vita ricordi e segreti -perché Imogen è stata allontanata ancora piccolissima dalla famiglia di origine a causa di un evento drammatico e non conosce le sue radici.

L’ascolto si sovrappone alla lettura, la parola scritta a quella verbale e il lettore si viene a identificare da subito con la destinataria di quei nastri in cui, in assenza delle immagini, le descrizioni attente dei luoghi e delle espressioni fugaci catturate dall’obbiettivo, riconsegnano la vivezza e l’intima condivisione dei ricordi.
Una storia di sole donne in cui svettano le figure contrapposte di due cugine: Beatrix -nonna di Imogen, madre scapestrata di Thea- e Rosamond -zia schiva che ama scandalosamente le donne e che per un attimo sfiora il sogno della maternità attraverso la nipote Thea.
Un racconto in cui i ruoli tradizionali sono sovvertiti. Le madri, Beatrix prima e Thea dopo, tramandano di generazione in generazione la negazione del sentimento materno, l’irrequietezza di un ruolo mai accettato, di un errore che avrebbero voluto cancellare. La solitaria e spesso infelice zia Rosamond, pur non corrispondendo alle istanze della società e dei servizi sociali, incarna la maternità e il sacrificio e tenta vanamente di compensare con la piccola Thea prima e con Imogen dopo, il mancato affetto e l’assenza della figura materna.
Vi è un profondo senso di disperata malinconia nell’ingiusta fine di Rosamond che termina i suoi giorni sotto il peso delle occasioni mancate e degli affetti negati, mentre la cinica ed egoista cugina Beatrix risorge ad ogni errore come l’araba fenice, incurante dei danni e muore rimpianta dalla nuova famiglia e dai colleghi di lavoro.
Eppure qualcosa stride nella generosità di Rosamond e nel suo apparentemente legittimo desiderio di restituire ad Imogen il senso delle sue origini e diventa palpabile allorquando viene rivelata la causa della cecità della bambina.
A meno che lo svelare una verità terribile possa essere utile a proteggere da un male peggiore non credo sia compatibile con l’amore l’infliggere a un figlio -o a qualcuno che diciamo di amare come tale- un dolore dal quale non potrà difendersi se non rielaborando faticosamente negli anni una realtà inutilmente crudele.
Ho letto che Coe in questo romanzo in particolare si fa interprete magistrale dei sentimenti femminili ma ho come la sensazione che per chiudere il cerchio, narrativamente parlando, abbia attribuito alla sua protagonista un’istanza che si fatica a cucirle addosso.

L’espediente del romanzo che procede per immagini fotografiche non è nuovo in letteratura ma la voce di Rosamond ci arriva carica di confidenziale intimismo e di quella persistente sensazione da catastrofe incombente, che il libro di Coe condivide con “Album di famiglia” di Renate Dorrestein, altro romanzo letto recentemente di cui -colpevolmente- non ho parlato in queste pagine.

Viv

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