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Martin Amis, L’informazione, Einaudi

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Richard Tull, promessa mancata dell’editoria, alla soglia dei quarant’anni si macera in un’invidia sorda e dissimulata per l’inspiegabile successo dell’amico di sempre Gwynn Barry, assurto agli onori della critica e del grande pubblico con un romanzetto di ispirazione new age.
Gwynn, scrittore mediocre e vanesio, asseconda la fama con la scaltrezza sorniona dell’abile comunicatore e strizza l’occhio ai biechi meccanismi del gossip mediatico vivendo una vita di agi in una lussuosa dimora, accompagnato ad una donna del jet set, con la quale condivide, per lo meno sotto i riflettori, un sentimento di quasi fastidiosa perfezione.
Dal cono d’ombra Richard è spettatore livoroso di ogni successo.
Abbandonato quasi irreversibilmente dalla musa ispiratrice, accumula romanzi incompiuti e stenta ad assicurarsi l’appoggio di un editore, foss’anche di serie zeta, sbarcando il lunario come lettore di inediti e recensore di noiosissime biografie. Oppresso da un lavoro sterile, alle prese con una moglie stanca di assecondare e sostenere economicamente le sue aspirazioni letterarie, impegna le sue giornate ignorando i figli e le esigenze domestiche, perso in digressioni astronomico-filosofiche, sogni di riscatto e fantasie di annientamento in cui si affacciano oscuri personaggi dei bassifondi.

Ironicamente il tarlo del perdente morde le caviglie anche a Gwynn che, con logica tutta maschile, soffre ogni sconfitta a tennis e al biliardo da parte dell’amico, ricambiandolo con l’umiliante condiscendenza dell’uomo arrivato.
Nessuno dei due ammetterebbe, pena la morte, la piccineria dei propri sentimenti e, grottescamente aggrappati all’antico cameratismo, mimano un minuetto di cortesie ed affetti, avvelenati dalla reciproca rivalità.
Entrambi schiavi del consenso del mondo si dibattono l’uno per restare nel cerchio di luce, l’altro per sopravvivere alla propria invisibilità.

Al centro il mondo editoriale, inglese ma non solo, tra veleni e narcisismi del settore pubblico e privato.
Richard, costretto obtorto collo a lavorare “sulle illusioni degli analfabeti” in un settore -quello dell’editoria a pagamento- che definisce senza troppi complimenti “trampolino per la perpetuazione della mediocrità”, rivendica, da scrittore, la dignità di non avere mai dovuto pagare perché i suoi libri fossero pubblicati.
Lamenta la pochezza degli scritti che lo affliggono nel suo lavoro di recensore e li stigmatizza con sarcasmo.
“I dattiloscritti, i tabulati e i flosci quaderni che ingombravano il suo tavolo semplicemente non erano riusciti a rompere il guscio della loro forma primitiva: diario, registro dei sogni, dialettica. Come in un reparto maternità per neonati incompiuti, Richard sentiva il pianto di queste creature, intuiva i loro spasmi indecenti, le convulsioni di una primordiale versione dell’essere.”

Sarcasmo che colpisce duramente anche quegli autori che passano il tempo “a parlare di ciò che fanno, più che a farlo”. A chi gli domanda cosa cerchi di dire il suo romanzo Richard ribatte seccamente che il suo romanzo “non cerca di dire qualcosa. Lo dice. Dice se stesso mediante centocinquantamila parole”.

Malgrado l’assenza di riconoscimenti la scrittura per Richard è irrinunciabile, un filtro che lo protegge dalla realtà, senza il quale “si sarebbe trovato di fronte all’esperienza, all’esperienza non tradotta e non mediata. Si sarebbe trovato di fronte alla vita”.
E la vita spaventa Richard, che si rifugia nel suo procrastinare decisioni necessarie mentre la sua famiglia va a rotoli, attingendo al rancore verso l’amico per riuscire a sorridere all’ennesima umiliazione, le labbra costrette ad una smorfia stiracchiata mentre Gwynn dispensa autografi in una sala gremita ed egli siede ignorato dopo la presentazione di un romanzo che non interessa nessuno e che neppure gli addetti ai lavori sono riusciti a leggere, pena una serie di malesseri del tutto grotteschi intervenuti dopo poche pagine.

Ricco di spunti brillanti e di agganci alla realtà editoriale contemporanea, dal punto di vista narrativo e stilistico si tratta di un romanzo per palati addestrati.
Pagine riuscite e di grande bellezza si alternano a passaggi faticosi ed inutilmente complicati su personaggi minori e del tutto oscuri o a dissertazioni in cui l’astronomia diventa metafora della “mediocrità terrestre”.
Un romanzo dagli ingredienti originali -l’invidia, la crisi di mezza età, il narcisismo del mondo editoriale- gravato dall’eccessiva ridondanza di un testo che procede con una lentezza supremamente indifferente, aprendosi a tratti in oasi di eccellenza che motivano nel continuare una lettura a corrente alternata, in cui il talento è distillato con grande parsimonia.
Denso e complesso, nell’insieme sopravvalutato e discontinuo.
Detto questo, in rete troverete solo recensioni entusiastiche perché di Amis è vietato dir male, pena essere considerati degli “intellettuali” di basso rango.

“Sebbene avesse talento per la prosa, Richard non cercava di scrivere romanzi talentosi. Cercava di scrivere romanzi geniali, come Joyce. Joyce resta il miglior scrittore di romanzi geniali, e persino lui è una noia mortale per metà del tempo”.
Parole di Amis, che Joyce mi perdoni.

Viv

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