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Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda

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Forse ero rimasta giusto solo io a non aver ancora letto il libro di Safran Foer.
Aspettavo e aspettavo che uscisse in ebook, ché ormai sono reader dipendente, ma ho scoperto che questo è un libro da gustare in cartaceo, non fosse che per una particolarità delle ultime pagine che devono poter essere sfogliate come uno storyboard animato.

Di tutto e di più è stato scritto sul romanzo perciò ancora una volta vorrei concedermi solo delle libere associazioni sulla vita, sulla morte e la difficoltà di ritrovare la propria centratura dopo un episodio che ha segnato uno spartiacque doloroso.
Mi riferisco alla perdita definitiva di qualcuno che amiamo -non posso scrivere “abbiamo amato” perché l’amore perdura- ma anche semplicemente all’esperienza dell’abbandono.

Nel romanzo queste esperienze sono incarnate da Oskar, nove anni, che ha perso il padre nel “giorno più brutto” quello del crollo delle Torri Gemelle, e dal nonno di Oskar, la cui fidanzata muore durante i bombardamenti di Dresda durante la seconda guerra mondiale sprofondandolo in un’incapacità di vivere che oltre quarant’anni dopo sembra allungare le sue spire anche sul nipote.

La vita ci trascina oltre ma il dolore che non trova voce si esprime nel nonno nell’incapacità di parlare, nei suoi silenzi assordanti, nel vuoto dell’abbandono in cui lascia la nonna di Oskar proprio quando la scopre in attesa di un bambino, il padre di Oskar per l’appunto.
L’impossibilità di venire a patti con un passato traumatico può rendere impermeabili ai sentimenti, può indurre a fuggire dal rischio di legarsi nuovamente a qualcuno.
Rifiutando l’amore si tenta di esorcizzare la sofferenza e il nonno di Oskar consuma la sua vita “imparando a sentire di meno” perché “non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità”.

Oskar è straziato dal senso di colpa, dal fatto di non aver avuto il coraggio di sollevare la cornetta mentre il padre tentava di mettersi in contatto con la famiglia negli ultimi attimi della sua vita e ne ascolta la voce nella segreteria telefonica con un crescente bisogno di espiazione e di risposte.

Ma nove anni sono pochi -e a volte sono pochi anche novanta- per trovare la forza di non fuggire pietrificati di fronte alla morte, per trovare il coraggio di fare una visita a chi vive i suoi ultimi giorni, per dire addio o semplicemente per spiegare i motivi di un abbandono.
Ognuno di noi sa.
E sa che, anche quando sentiamo di non essere stati all’altezza, anche quando sperimentiamo sulla nostra pelle le debolezze e le piccole viltà altrui, la vita chiama. Il sentimento di colpa va placato, le domande prive di risposta vanno lasciate andare -che si dissolvano smettendo di scavare dei solchi- i ricordi vanno lentamente integrati nella vita che continua.

In questo, almeno nel romanzo, le donne si rivelano vincenti.
Accompagnano Oskar, fisicamente ed idealmente, nel suo percorso di guarigione, gli lasciano la libertà di soffrire e di chiudersi, non gli fanno mancare il sostegno del loro amore incondizionato. La loro è una testimonianza positiva che non rifiuta di leggere nella vita un possibile schema, un significato anche per tutto ciò che le ha segnate dolorosamente.
“Quando ti guardavo, la mia vita aveva senso. Anche le cose brutte avevano un senso, perché erano necessarie a renderti possibile”, scrive la nonna al nipote.

Della trama ho detto poco, nulla della “chiave” e della ricerca di Oskar.
Dello stile posso dire che sperimenta la fusione di linguaggi diversi, verbali e fotografici.
Della struttura che alterna al racconto dei nonni il mondo visto attraverso gli occhi disarmanti ma lucidissimi di un bambino che si trascina lungo le strade di New York con le “scarpe pesanti”.
Per amore di verità ammetto che la lettura ha in parte deluso le aspettative suscitate dai commenti entusiastici di chi l’aveva già letto. Non mi sono commossa, non sono stata trascinata dal gorgo delle parole, qualcosa a livello squisitamente privato non ha funzionato fino in fondo tra me e questo libro. Tuttavia la rielaborazione a lettura ultimata mi ha regalato un senso di appagamento, dei piccoli spazi vuoti e molte riflessioni.
Sulla fatica del vivere e la sublime bellezza di provarci.

Viv

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