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Francesco Recami, La casa di ringhiera, Sellerio

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Avevo una zia croata, vedova, che abitava in un minuscolo appartamento in una casa di ringhiera sulla circonvallazione milanese.
Andavo a trovarla con la mamma, che aveva per lei un’affezione particolare con radici lontane che affondavano negli anni della guerra, quando avevano vissuto come una famiglia cercando di ritrovare a Milano l’identità perduta sotto i bombardamenti.
Ricordo perfettamente le scale buie e i gradini in pietra, la corte ampia su cui si affacciavano gli appartamenti, l’angolo remoto e un po’ appartato da cui si accedeva alla casa della zia che era l’ultima in direzione del piccolo locale con la latrina comune.
Sarei rimasta ore col mento appoggiato alla ringhiera a guardare dall’alto la vita del cortile, l’andirivieni dalla strada ma soprattutto le dinamiche interne di un microcosmo in via di estinzione, dove i panni si lavavano ancora nelle vasche del pianterreno, si stendevano i panni sui lunghi fili comuni e le persone parlavano tra loro da un piano all’altro sporgendosi oltre la balaustra.

La mamma non mi lasciava girellare come invece avrei amato fare e ben presto mi richiamava dentro casa temendo forse che la mia curiosità disturbasse la quotidianità di chi abitava dietro le tendine dalle quali tentavo di sbirciare.
A quel punto andavo in camera della zia e mi affacciavo sul lato strada rapita dallo sferragliare dei tram e dal via vai dei passanti, molto più godibile da quel terzo piano che non dal sesto di casa mia dove la chioma dei platani oscurava lo sguardo.
L’appartamentino della zia era una di quelle case gozzaniane in cui ogni bomboniera era rigorosamente celebrata da un centrino all’uncinetto, nulla veniva buttato e le ante degli armadi neppure si chiudevano tanta era la fatica del contenere.
Ciotole di caramelle ci attendevano e riempivano le mie tasche ad ogni visita e, se la mamma non avesse insistito per il contrario, la zia si sarebbe tolta il pane di bocca per aggiungere a quei dolcetti anche i soldi della sua pensione.
Alla morte della zia molti degli oggetti e dei ninnoli vennero depositati nella corte in grandi scatoloni e dopo pochi minuti erano scomparsi quasi per magia inghiottiti da quelle case che si aprivano come bocche fameliche sulla struttura quadrata delle balconate.

Il romanzo di Recami non racconta le case di ringhiera che ho conosciuto da bambina ma attraverso le sue pagine ho ritrovato la nostalgia di quelle visite.
La trama è moderatamente gialla e non indimenticabile ma la lettura è piacevole e i personaggi hanno una certa genuinità d’altri tempi e sono ben disegnati.
Il protagonista, in questo come in altri romanzi che seguono, è un pensionato con la passione dei delitti di cronaca di cui conserva ogni ritaglio in faldoni ordinatamente archiviati e che divide il suo tempo libero tra il nipotino e la raccolta di indizi. Un’attività apparentemente innocua che lo porterà a mettere in luce aspetti che le indagini ufficiali avevano trascurato e a finire sul giornale con una menzione d’onore.
Nulla più di un passatempo per il protagonista così come per noi lettori e nel mio caso anche qualche bel ricordo nostalgico

Viv