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Arto Paasilinna, I veleni della dolce Linnea, Iperborea

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Una mite ottuagenaria, vedova di un colonnello finlandese, vive con il suo gatto in un piccolo podere in un villaggio a trenta chilometri da Helsinky. Un quadretto idilliaco che ogni mese, puntualmente, viene sconvolto dalle angherie di un nipote acquisito che, in compagnia di due compari, le sottrae la pensione e semina il terrore e la distruzione nella sua vita e nella sua casa. Questo fino a quando Linnea non comincia a temere per la propria vita e, abbandonata la casupola ai bagordi dei tre delinquenti, fugge nella capitale per rimettere ordine nella sua esistenza.
Non un progetto di vendetta ma un piano di emergenza che si ritorcerà contro i persecutori, ridicolizzati dal Fato e dalla “dolce” Linnea che, tra un tentato omicidio e l’altro, ritroverà la protezione di un vecchio amante e la tranquillità dei suoi ultimi anni.

Un libro godibile, uno svago intellettuale solo apparentemente disimpegnato, dove trova spazio la denuncia sociale di una società malata molto simile alla nostra, in cui la gioventù allo sbando e senza futuro vive alla spalle di anziani abbandonati a loro stessi dalle autorità assenti.
Se il nipote Kauko incarna la gioventù scioperata e l’ignorante crudeltà priva di ideali che non tenta neppure di elevarsi,
per Linnea vale il detto “aiutati che il ciel t’aiuta” in cui la solidità dell’esperienza cammina a braccetto con il coraggio della disperazione. Su tutti trionfa un destino ai limiti dell’inverosimile che congiura per mettere in scena una Giustizia paradossale che ha dalla sua l’accattivante umorismo nordico.

Tragicomico e surreale, direi, ma amerei diventare una vecchietta ardimentosa in perfetto stile Linnea.

Viv

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