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Emma Romero, Garden Il giardino alla fine del mondo, Mondadori

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Non so voi, io amo i romanzi distopici.
Richiesta a bruciapelo citerei “Kallocaina” di Karin Boye, “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro -che pure a mio avviso non chiude il cerchio in modo inappuntabile- e per il filone post apocalittico “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli e il più recente “I figli degli uomini” Di P.D.James.
Su tutti Orwell, il grande maestro di riferimento, che dopo oltre mezzo secolo mantiene intatto il suo terrificante realismo.

Il romanzo di Emma Romero -che scrive sotto pseudonimo- appartiene al filone dei totalitarismi, quello per intenderci che prefigura una società a venire in cui il potere è gestito da un’oligarchia dominante, quasi sempre incarnata nella figura di un leader carismatico idolo delle masse, che controlla sul piano fisico e psicologico la vita dei singoli e punisce l’individualismo e il dissenso.
Lo scenario costruito dalla Romero è quello di un’Italia -ma potrebbe trattarsi di un luogo del tutto imprecisato, perché la collocazione geografica non viene affatto approfondita- suddivisa in Signorie in tutto e per tutto separate tra loro.
Il potere è nelle mani di un Presidente e del suo esercito di Giusti che alla minima infrazione intervengono “terminando” il colpevole che scompare senza lasciare traccia.
La popolazione lavora nelle fabbriche di regime, sottoposta ad un costante controllo tramite telecamere e microfoni, con la totale proibizione di svolgere sia pure nel tempo libero qualsiasi attività riconducibile alle sette arti, che sono appannaggio esclusivo di una classe di privilegiati, scelti dal computer centrale attraverso una selezione insindacabile effettuata al compimento degli undici anni.
La sedicenne Maite, operaia nella fabbrica gialla, da sempre sogna di cantare ma non le è permesso emettere alcun suono che vagamente somigli ad un vocalizzo o ad una filastrocca infantile. A partire dall’arresto della sua migliore amica ha inizio la ribellione di Maite che per successivi accadimenti si ritroverà ad esibirsi sul palcoscenico degli Artisti nella Cerimonia annuale in onore del Presidente, coinvolta in una cospirazione contro il regime e in fuga verso il fantomatico Giardino -una sorta di Eden primordiale- di cui il popolo favoleggia tra i sussurri.

Il racconto procede con frasi asciutte e rapide e scorre in modo a tratti un po’ frettoloso ma la lettura nell’insieme è piacevole ed il finale, con un piccolo colpo di scena nelle ultime righe, prelude ad un possibile sequel.

Tuttavia le mie letture passate in materia di distopia mi hanno viziato e non posso fare a meno di considerare che se è lecito pensare che il punto di forza di questo genere letterario sia nella costruzione di una realtà alternativa che soddisfi l’esigenza di coerenza del lettore e in cui il dettaglio della trama fonda nello scenario distopico, “Garden” soffre di una certa sciatteria.
Il romanzo della Romero descrive sommariamente, racconta senza lasciare un solco profondo e senza generare un sentimento di intima riflessione, che è ciò che apprezzo maggiormente in questo genere letterario.
Si assiste al racconto con estraneità senza provare il disagio che naturalmente dovrebbe insorgere di fronte ad uno scenario disturbante.
Per dirla con banale semplicità, mi sono sentita come lo spettatore di un film di intrattenimento in cui l’azione prevale sul contenuto, consapevolmente soddisfatta nel sapere che non mi si richiedeva altro che un’adesione momentanea alla trama.

Resta, come già detto, una lettura scorrevole con una conclusione aperta che lascia spazio a futuri approfondimenti.

Viv

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