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Danny Wallace, La ragazza di Charlotte Strett, Feltrinelli

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Mi sono lasciata irretire da una recensione molto positiva, che assimilava Wallace al Nick Hornby di “Altà fedeltà”.

Non scherziamo.

Jason Priestley -non “quel” Jason Priestley- una vita inconcludente alle spalle e una fastidiosa tendenza all’autocommiserazione, inciampa letteralmente in una misteriosa ragazza che prima di scomparire in un taxi londinese perde una macchina fotografica usa e getta.
A partire dalle tracce impresse sulle singole fotografie prende vita una sorta di “caccia al tesoro” che da un indizio all’altro ci conduce all’incontro fatale.

A chi è stato per lo meno adolescente negli anni Ottanta non sarà sfuggita l’omonimia del protagonista del romanzo con l’attore di un noto serial televisivo dell’epoca. Nella fattispecie la coincidenza non ha nessun peso specifico, fatta salva l’idea un po’ trita di connotare un personaggio poco carismatico oppresso da un nome famoso.

Siamo di fronte ad un romanzo di evasione vergato da una penna maschile ma la scrittura non ha l’ironica leggerezza che il genere richiederebbe, per non parlare della totale incongruenza rispetto al modello di riferimento a cui accennavo nelle prime righe.
Ma di questi parallelismi non è responsabile l’autore che, se mai, è uscito penalizzato da un giudizio troppo generoso.

Più di quattrocento pagine sono davvero troppe per una trama che offrirà sì il destro ad una sceneggiatura cinematografica ma risulta poco più che un inconcludente chiacchiericcio.
Il protagonista -ennesimo trentenne con la sindrome di Peter Pan- arranca, tra un capriccio e un’epifania, verso una consapevolezza adulta, mentre il lettore lo osserva indifferente e, a titolo di consolazione, si nutre dell’idea positiva sottesa al finale: inseguire i propri sogni e confidare -sempre e comunque- nell’improbabile incastro delle infinite sliding doors che la vita ci mette di fronte.

Non un libro peggiore di tanti altri ma quando la lettura corrisponde ad un momento di evasione -perseguito da chi scrive e da chi legge- il discrimine, a parer mio, non è la profondità del messaggio o la finezza del fraseggio ma la piacevolezza con cui scorre il testo.
Di fronte alla noia, “evasione” diventa solo sinonimo di fuga, quella che vi consiglio quando incrocerete l’ammiccante copertina di questo romanzo.

Viv

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