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Ovvero quanto poco sappiamo dei nostri figli.

Catherine Dunne, Quel che ora sappiamo, Guanda

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Catherine Dunne è una scrittrice di cui ho letto parecchio e che ha alternato romanzi più o meno riusciti.
Questo appartiene alla prima categoria.

Il racconto attraversa diversi decenni e fotografa le vite di una famiglia con tre figlie ormai grandi ed indipendenti che si sgretola alla prematura morte della madre e si ricompatta con nuove dinamiche attorno alla nuova compagna del padre e soprattutto all’arrivo di un nuovo figlio maschio.
Un figlio tardivo e desiderato, dotato di talenti non comuni e di una spiccata sensibilità, facile preda della crudeltà dei coetanei.
Il romanzo -così come la vita reale- alterna vicende drammatiche, momenti sereni, errori di percorso, rinascite e nuove terribili prove.
La voce narrante cambia di capitolo in capitolo ma il racconto procede sempre in prima persona e svela in soggettiva retroscena e verità che per ognuno acquistano sfumature differenti.

Spesso i figli trascurano di vedere nei genitori degli esseri umani in evoluzione, rifiutando l’idea che le relazioni non possano riprodurre il medesimo approccio genitoriale per figli nati in epoche diverse, a volte emanano dure sentenze senza concedere attenuante alcuna, altre ancora celano una sofferenza profonda per non provocare turbamento in chi li ama e li vorrebbe felici accontentandosi di una spensieratezza di superficie.
L’intelligenza emotiva di ciascuno non è sempre sufficiente a percepire e ad accogliere il malessere di chi ci vive accanto, manca il coraggio per stravolgere una situazione di calma gratificante, per mettere sotto la lente di ingrandimento le piccole note stonate di un comportamento apparentemente innocuo con cui i figli dissimulano la fatica del crescere e i soprusi ricevuti da coetanei che stigmatizzano la sensibilità scambiandola per debolezza.
Eppure, anche quando la buona fede non è in discussione e l’attenzione è vigile, l’errore è dietro l’angolo.
Fortunatamente non si accompagna sempre all’evento tragico ma insinua nei padri e nelle madri pesantissimi sensi di colpa.

Ogni evento della nostra vita può affossarci o portarci verso una nuova consapevolezza.
Questo è ciò che resta di un romanzo che lascia molto spazio alla riflessione di chi resta, coraggiosamente, a riempire gli spazi vuoti.

Per puro spirito di pedanteria segnalo un curioso refuso -per altro assolutamente irrilevante ai fini della vicenda- nella prima parte del romanzo.
Nell’ottavo capitolo, la primogenita Rebecca afferma che la madre Cecilia “era figlia unica” quando nel capitolo precedente avevamo appena fatto conoscenza con la di lei sorella Lynn presente con marito e figli al secondo matrimonio del padre.

Viv

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