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Amanda Hodgkinson, Britannia Road, Frassinelli

Ipswich 1946. Janusz Nowak esule polacco che ha combattuto con la Royal Air Force attende l’arrivo della moglie Silvana e del figlio Aurek, dei quali aveva perso le tracce all’inizio del conflitto.
Il numero 22 di Britannia Road è stato faticosamente rimesso a nuovo per celebrare la ricongiunzione della famiglia ma Janusz e Silvana faticano a riconoscersi e a colmare il senso di profonda estraneità che sei anni di guerra, orrori e stenti hanno frapposto tra di loro.
Entrambi hanno ferite che il cuore stenta a rimarginare e ciascuno cela un segreto che pesa sulla nuova vita.

Madre e figlio hanno trascorso gli anni del conflitto nascosti nei boschi per sfuggire ai bombardamenti su Varsavia ed appaiono smarriti ed incapaci di adattarsi alla nuova lingua e alle regole del vivere. L’una ha elaborato per il figlio un sentimento esclusivo di protezione ferina che evolve in una dipendenza quasi patologica, l’altro è una creatura dei boschi, si esprime utilizzando i versi degli uccelli e vede nel padre sconosciuto, di cui non ha nessun ricordo, un nemico di cui diffidare.
Dal canto suo Janusz vorrebbe dimenticare, costruendo un nuovo futuro di integrazione per sè e la sua famiglia nella terra che li ha accolti.
Un romanzo sugli esiti dolorosi della guerra e sulla fatica della ricostruzione, in cui l’amore deve farsi strada sulle macerie, tra orrori da dimenticare e segreti da condividere per poter tornare ad essere famiglia.

La narrazione procede per flashback su tre piani distinti: il presente in Britannia Road, il passato anteguerra a Varsavia, gli anni della separazione.
La stonatura nasce soprattutto dal solipsismo tragico dei personaggi, che finisce per creare una distanza asettica dal lettore e si accompagna, come un basso continuo, ad una sensazione di scarsa empatia.

Viv

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