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Anjali Banerjee, La libreria dei nuovi inizi, BUR

I libri che parlano di libri mi attraggono come magneti. Biblioteche, librai, scaffalature polverose, fanno leva su un immaginario che mi affascina ma che di per sé non è garanzia di un buon romanzo. Come in questo caso.

Jasmine, a un anno da un divorzio mal digerito, torna a Shelter Island, dove ha trascorso l’infanzia, per sostituire temporaneamente l’eccentrica zia bengalese nella gestione del negozio di libri.
Scopre ben presto che la libreria ha un’anima capricciosa ed indipendente ed è popolata dai fantasmi degli scrittori defunti, che trascorrono l’eternità dispensando consigli di saggezza e suggerendo a ciascun cliente la lettura di cui ha inconsciamente bisogno per dare una svolta alla sua vita.

“Per alcune persone, i libri fanno la differenza tra felicità e infelicità, speranza e disperazione, una vita degna di essere vissuta e una orribilmente noiosa.”
L’idea della lettura come terapia dell’anima è deliziosamente condivisibile e l’assimilare il mestiere del libraio ad una vocazione psicologica coglie un aspetto senza dubbio affascinante per un lettore seriale, tuttavia, nel caso di specie, naufraga nel tentativo pretenzioso di nobilitare a favola per intellettuali un romanzo piuttosto sciatto.

Siamo nel regno dell’inverosimile per cui nessuna meraviglia che a un certo punto un fantasma belloccio si materializzi per regalare una notte d’amore alla protagonista ma la trama è prevedibile oltre il lecito.
Talmente prevedibile che la narrazione semplicistica e la scarsa cura nell’accompagnare la parabola evolutiva della protagonista passano in secondo piano -dal momento che spiegare ciò che è ovvio risulta superfluo- ed almeno un paio di capitoli, gli ultimi, sono totalmente inutili e si attardano a raccontare il nulla.
Come al solito il popolo dei lettori è diviso.
Giudizio finale di Stravagaria? Un romanzo trasparente, come un’apparizione ectoplasmica per l’appunto.

Viv

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