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Pietro Grossi, Incanto, Mondadori

L’incanto sta tutto nelle colline di un borgo toscano e in una vecchia moto trovata in una rimessa che tre amici restituiscono a nuova vita, una moto con la quale scorrazzare, cronometro alla mano, per una Stradaccia che non porta in nessun luogo, una strada sconnessa, piena di buche che un bel giorno si trasforma in un lungo biscione nero e lucido, asfaltata come per magia da un filantropo misterioso.
Intorno alle gare in moto ruotano le vite dei tre ragazzi che, dopo un’estate di corse e di polvere, si allontaneranno per seguire strade diverse.
Jacopo, intellettuale figlio di borghesi, grazie ad una borsa di studio in matematica e fisica lascerà il paesello per Glasgow.
Biagio, intraprenderà con alterna fortuna una carriera sulle due ruote ed infine Greg, ambiguo e sfuggente, sarà avviato a gestire il ricco patrimonio di famiglia. Un quarto amico, Paolino, futuro meccanico ed autore materiale del restauro della moto, pur restando sullo sfondo regalerà forse l’unico esempio di concreta saggezza.

Una prima parte altamente evocativa in cui alla schietta nostalgia delle estati adolescenti si mescolano i colori e gli echi delle colline, la polvere, il sudore, il rombo dei motori e l’amicizia laconica dei tre protagonisti.
Un seguito che tende a perdere il punto di fuoco con una narrazione discontinua, a tratti troppo densa ed appesantita dalle vicende insistite della voce narrante, Jacopo.
Un finale a sorpresa che unisce i puntini nel disegno delle vite dei protagonisti ma che si palesa fin troppo sbrigativamente, come un piccolo colpo di scena -così come era avvenuto per la Stradaccia asfaltata dalla sera alla mattina- ma non produce nel lettore lo stesso magico incanto.
I flashback e le frequenti digressioni, interrompono la narrazione e rendono meno scorrevole la lettura e forse, soprattutto nelle ultime pagine, si sarebbe potuto fare qualche taglio senza venir meno allo spirito del romanzo.
Detto questo un libro che ha dalla sua la scrittura fluida e puntuale di Grossi, che avevo già apprezzato ne “L’acchito”, e che regala ai personaggi sguardi introspettivi e malinconie nichilistiche.
La vita non è quello che sembra, le opportunità non sono sempre frutto dei soli nostri sforzi, facile perdersi se non si ha chiaro dove si vuole arrivare. E dei quattro l’unico che sembra uscirne vincente è l’amico che non si sposterà mai dal borgo toscano.

Non un romanzo di formazione ma un guardarsi alle spalle per scoprire dove si è smesso di essere felici, quando la vita ha smesso di avere senso.
“Se devo pensare a un istante immacolato e perfetto, la prima immagine utile è proprio quella: noi quattro, lì all’imbocco della Stradaccia, accanto alla nostra moto, mezzi stesi sull’erba in un tramonto di inizio agosto, le grinze accanto agli occhi di Greg mentre ride e Biagio che gli tira addosso un pezzetto di legno, a rivangare le nostre storie e ancora inconsapevoli che sarebbero rimasti solo ricordi.”

Viv

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