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In queste ultime settimane è sulla bocca di tutti -o forse dovrei dire “tutte”, visto che si tratta del primo volume di una trilogia indirizzata ad un pubblico prettamente femminile- un best seller che dovrebbe aprire le porte al cosiddetto mummy-porn. Sto parlando di “Cinquanta sfumature di grigio” di E.L.James.
Mi riprometto di tornarci sopra, non tanto per il valore letterario in sé quanto perché si presta a riflessioni di tipo psico-sociologico sull’universo delle perversioni erotiche femminili e sulle tematiche legate a dominazione e sottomissione in campo emotivo e sentimentale, ma oggi l’argomento è un altro.

La sottomissione e le sevizie -vere- che racconta Natascha Kampusch sono quelle subite per otto anni da una bambina che, dai dieci ai diciotto anni, venne tenuta prigioniera in una cantina di un quartiere di Vienna, a pochi chilometri dalla sua casa natale. Un sequestro che si concluse nel 2006 con la fuga di Natascha.
Dal punto di vista letterario uno stile crudamente asciutto e scolastico che, non troppo paradossalmente, trova ritmo -sia pure con alterne ripetizioni- nel racconto della prigionia, che è ripercorsa con grande lucidità rispetto alle pagine iniziali in cui Natascha ricorda la sua vita prima del sequestro.
Un’autobiografia dichiaratamente scritta a scopo catartico, per ridefinire un capitolo doloroso e incancellabile della sua esistenza e fare spazio al futuro -un futuro che Natascha reclama alieno da giudizi superficiali, commiserazione, ed etichette semplicistiche.
Nessuna sindrome di Stoccolma, dunque.
Le sfumature qui ci sono per davvero, perché quando per otto anni l’unica condivisione possibile è col tuo rapitore e dipendi dal suo capriccio per qualunque necessità a partire dalla somministrazione del cibo fino alle concessioni più elementari, è imprescindibile cercare di ritrovare nel carceriere quelle tracce di umanità che consentano di sopravvivere ad un’alternanza di sopraffazioni e violenze fisiche e morali.
La solitudine, la privazione degli stimoli sensoriali, la cattività in un ambiente umido ed inospitale di pochi metri quadrati che si sa protetto da inavvicinabili porte di cemento, la consapevolezza che quel rifugio, che protegge dalle angherie del carceriere, potrebbe facilmente traformarsi in una tomba se questi morisse o tralasciasse di occuparsi del suo prigioniero, accresce il sentimento di dipendenza e il sollievo nel vederlo ricomparire.
“Quell’uomo era un criminale, ma era anche l’unica persona che avevo al mondo” e ad otto anni di prigionia ed abusi si sopravvive solo continuando a guardare al proprio sequestratore come ad un essere umano, questo ci dice Natascha.

La fuga -e la morte suicida del rapitore- apre un capitolo altrettanto doloroso. Il difficile reinserimento in un mondo che Natascha avverte come estraneo, prigioniero di schemi predefiniti, dove persino la vittima deve diligentemente incarnare il suo ruolo.
“Meno di ogni altra cosa mi fu perdonato che non condannassi il rapitore come l’opinione pubblica si aspettava. (…)
Questa società ha bisogno di criminali come Wolfgang Priklopil, per dare un volto al Male che vi risiede e per scinderlo da se stessa. Ha bisogno delle immagini delle segrete nelle cantine per non dovere guardare alle tante case e ai giardini, dove la violenza mostra il suo volto conformista, piccolo borghese. (…) Sicuro, il rapitore mi aveva tolto la mia adolescenza, mi aveva picchiato e torturato, e tuttavia negli anni decisivi tra il mio undicesimo e diciannovesimo anno di vita, era stato la mia unica figura di riferimento”.
Natascha Kampusch ha esattamente l’età della mia primogenita e non aggiungo altro.

Viv

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