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Don De Lillo, Cosmopolis, Einaudi

Ventiquattr’ore a bordo della limousine di Eric Packer, ventisettenne ipocondriaco, multimilionario in dollari che, dal lussuoso attico di Manhattan, attraversa New York per raggiungere un quartiere malfamato e farsi dare una spuntatina ai capelli dal vecchio barbiere del padre.
Metafora della follia e del collasso della società americana disumanizzata e spersonalizzante, la giornata di Eric si snoda tra incontri sessuali, rivolte urbane, esperti di finanza, guardie del corpo e visite mediche.
Il tutto, o quasi, dall’interno della gabbia asettica della limo bianca insonorizzata da cui il protagonista osserva impassibile il crollo del suo impero economico, il naufragio del suo matrimonio e apprende senza batter ciglio la notizia di una minaccia di morte incombente.
Una prosa straniante, curata al limite dell’artificiosità, che ben rappresenta l’alienazione dell’uomo moderno e l’entropia del sistema capitalistico dell’occidente.
Tuttavia, il collasso di un’economia in cui il denaro è un concetto quasi astratto e la confusa percezione del protagonista, ermeticamente chiuso alle relazioni con l’altro -tanto che a fatica distingue i tratti somatici della moglie che appare e scompare come un’ologramma tra la folla- si traducono in pagine surreali, in una totale e voluta assenza di pathos, in una vanità della parola che rende la lettura faticosa e poco coinvolgente.

Non un libro che ho amato, piuttosto un compito assolto per dovere di informazione, quasi si trattasse di un vincolo lavorativo. Del resto non è la prima volta che mi capita di sottolineare che tra le mie letture ammetto anche autori che non mi sono naturalmente congeniali, nella fattispecie certa letteratura americana che si attarda in eccessi di astrazione e in artificiosi solipsismi.
Che nessuno se ne abbia a male, tanto per citare solo due autori che per me sono irrinunciabili, c’è chi non apprezza Jane Austen e Tolkien.
A ognuno il suo.

Viv

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