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Elizabeth von Arnim, Il circolo delle ingrate, Bollati Boringhieri

Da quando nel 2002 lessi “Un incantevole aprile”, Elizabeth von Arnim è entrata a pieno titolo nella rosa delle mie letture.
Bollati Boringhieri, negli anni, ha reso disponibili gran parte dei suoi libri ma il romanzo con cui conobbi questa scrittrice -vissuta tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento- resta la punta di diamante della sua produzione, un libro incantevole di nome e di fatto, da cui è stato tratto un film omonimo a mio avviso altrettanto godibile.
Malgrado questa doverosa premessa, i suoi romanzi -una ventina complessivamente, di cui ne ho letti la metà- con ragionevoli oscillazioni di ispirazione, minore o maggiore lentezza, soddisfazione più o meno piena del lettore, hanno una gradevolezza e un’eleganza che non si smentisce neppure nelle opere meno riuscite.
Elizabeth von Arnim con un’arguzia e una grazia tutta femminile, racconta l’animo umano, le istanze di indipendenza delle donne di inizio secolo, le miserie della nobiltà decaduta e le meschinità velenose della borghesia nascente.

“Il circolo delle ingrate” ha per protagonista una venticinquenne inglese, senza patrimonio, orfana di genitori d’alto rango, da sempre vissuta a spese della cognata, ricca parvenue che ambisce goffamente a dare lustro alla sua posizione sociale.
In seguito ad un’inaspettata eredità da parte di uno zio materno, Anna si ritrova proprietaria di una tenuta in un villaggio sperduto della Germania nord-orientale, immerso tra i boschi e i campi di patate, con una rendita modesta ma sufficiente a garantirle l’autonomia economica.
L’indipendenza agognata, cui Anna aspirava da anni senza riuscire a risolversi ad un matrimonio di convenienza che la ponesse -secondo le logiche dell’epoca- sotto la protezione di un ricco marito, è tutt’a un tratto a portata di mano e la giovane, armata di grandi ideali e ingenuamente ignara delle difficoltà cui va incontro, decide di mettere la ricchezza appena conquistata al servizio di un progetto filantropico ospitando nella nuova dimora donne cui la sorte avversa abbia negato serenità e mezzi di sussistenza.

Malgrado gli elevati propositi, si troverà a fare i conti con la gestione quotidiana della fattoria e le smanie di potere del sovrintendente Dellwig, indispettito dal dover sottostare ad una donna -per di più giovane ed inglese- e con le gerarchie inossidabili della comunità di Stralsund, per cui persino un mancato invito a cena rappresenta un sovvertimento dell’ordine non scritto e un’offesa imperdonabile, che scatena un sordo rancore in Mrs Dellwig scavalcata, sotto gli occhi della comunità, in favore del parroco locale. “(…)Compatiti! Una delle cose belle della vita era trovarsi nella posizione di compatire gli altri. Non di essere compatiti dagli altri…”
Alla difficoltà di inserimento in un contesto nuovo, con una lingua straniera e differenti abitudini si andranno a sommare le individualità spigolose e manipolatorie delle ospiti indigenti, le ingrate per l’appunto.
Ognuna col suo tornaconto personale, chi mossa dal miraggio di una vita priva di responsabilità, chi dalla speranza di accasare con la giovane ereditiera il figlio fannullone e pieno di debiti, chi rosa dal tormentato sentimento di invidia di chi, incapace di riconoscenza verso il suo benefattore, vive come un affronto la generosità altrui, le donne che Anna accoglie nella sua dimora come “sorelle” si trasformeranno in una croce, causa reciproca di infelicità e malumori.
Al fianco di Anna una governante non convenzionale, una principessa caduta in disgrazia che, in netta opposizione alla molle acquiescenza delle “infelici ospiti” sceglie di opporre ad un destino avverso il proprio lavoro e un innato buon senso, tentando di proteggere Anna dalla sua ingenuità e mettendo al suo servizio l’esperienza di una donna matura.
Il finale, che suona affrettato e convenzionale, contraddice in parte lo spirito femminista che aleggia nel romanzo e il lieto fine ha i toni smorzati di una soluzione che sembra lasciar perplessa anche l’autrice.

Una scrittura al femminile, piena di eleganza e levità. Con i dovuti distinguo, mi piace accostare questa scrittrice a Jane Austen e Irène Némirovsky per i dialoghi brillanti, l’accuratezza dei personaggi femminili, l’intelligente ironia e una certa irriverente noncuranza.
Peculiare è invece il ruolo della natura consolatrice, capace di riconciliare l’animo oppresso e di restituire serenità, che è presente in tutti i suoi scritti ed in alcuni in forma esclusiva.

Viv

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