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Meir Shalev, E’ andata così, Feltrinelli

Una deliziosa saga familiare in salsa ebraica, che ruota intorno alla figura dirompente della nonna materna dell’autore e della sua ossessione per la pulizia.
Il pretesto è il favoleggiato aspirapolvere americano -che pochissimi in famiglia hanno avuto l’onore di veder all’opera- regalatole per un gioco di ripicche dal cognato emigrato negli Stati Uniti e rimasto segregato per quarant’anni in un bagno che, al pari dell’aspirapolvere, non viene utilizzato.
La logica di nonna Tonia è stringente: in bagno ci si va per lavarsi, dunque si è sporchi e la sporcizia lì rimane.
Dunque meglio lavarsi nella doccia improvvisata nella stalla al cospetto delle mucche.
Secondo la stessa logica anche l’aspirapolvere verrà abbandonato dopo pochi giorni di utilizzo quando nonna Tonia si troverà di fronte all’evidenza che la polvere aspirata, invece di scomparire e basta, si raccoglie in un sacco che va pulito periodicamente.
Perché mai nonna Tonia, che gira per casa con uno straccio per la polvere gettato su una spalla sempre pronto all’uso, dovrebbe farsi abbindolare dal miraggio di quel moderno cavallo di Troia che, come un volgare traditore si è insinuato nella sua casa con il suo ventre colmo di sporcizia?

Il racconto procede per aneddoti e al fianco di questa donna volitiva dal carattere spigoloso e dall’eloquio fiorito
-efficacemente definita come “un’essenza mai diluita nell’acqua della resa e del compromesso”- si fanno strada fratelli, cognati, figli, cugini e animali da cortile.
Ciascuno é depositario di una versione differente del medesimo episodio perché nella famiglia di Tonia si fatica a separare “la panna delle storie dal latte magro dei fatti” perciò, in presenza di molte varianti, si sceglie la più bella e le verità sono tante quante le bocche che le tramandano.
Sempre in bilico tra verità ed immaginazione, i racconti di famiglia non sono solo ricordi, sono il collante che rinsalda l’identità di ogni membro alla comunità familiare e il titolo del romanzo è l’incipit di ogni storia, la frase con cui ciascun narratore cerca di accreditare la propria versione.

Sullo sfondo, la fondazione dei primi villaggi agricoli della Palestina degli anni Venti, le atmosfere pionieristiche dei primi moshav -i villaggi agricoli cooperativi centrati sulla famiglia- come quello di Nahalal dove vive Tonia con marito e figli, in contrasto con le logiche comunitarie del Kibbutz.
“Noi siamo andati al moshav perché volevamo libertà e riservatezza”, racconta Tonia e con lucida semplicità entra nel merito di un conflitto ideologico storico riassumendolo nella considerazione che almeno “nel villaggio agricolo uno sa con chi si siede a tavola, che sarebbe poi la tua famiglia, nel bene e nel male”.

Non una lettura trascinante ma un romanzo pacato che si legge piacevolmente, in cui lo sguardo affettuoso dell’autore ci accompagna con ironia e tenerezza a scoprire come è andata davvero.

Viv

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