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Edward Bunker, Come una bestia feroce, Einaudi

“Come una bestia feroce” riposava da tempo sugli scaffali della mia libreria.
Il passaggio dallo scaffale al comodino è avvenuto grazie all’articolo in cui Miss Fletcher -con il garbo e la passione che noi tutti conosciamo- raccontava “Educazione di una canaglia”, autobiografia di Bunker.
Ora che ho letto l’ultima riga, credo di poter azzardare un leggero rammarico per non aver seguito “alla lettera” il suo suggerimento perché, proprio per la connotazione fortemente autobiografica di questo romanzo, ho idea che avrei preferito quasi certamente l’autobiografia.

Il racconto si apre con la scarcerazione di Max Dembo, in libertà vigilata dopo una detenzione di otto anni per rapina a mano armata. La vita non è stata tenera con Max; dopo un’infanzia dissestata, anni di riformatorio, tossicodipendenza, espedienti criminali ed otto anni di prigione, si ritrova trentenne a fare i conti con una società che formalmente lo riammette nel suo alveo ma che nella sostanza è fortemente respingente.
Dopo un’iniziale tentativo di reinserimento, ricade nell’unica routine che conosce ed in cui riconosce a se stesso un’identità.

Trecentocinquanta pagine di lucida follia che volano veloci senza che si crei sovrapposizione alcuna tra il lettore, che osserva gli eventi a distanza di sicurezza, e le vicende narrate.
La scrittura di Bunker è crudamente lucida. Il protagonista attraversa le pagine senza cercare di raccontarsi in forma edulcorata, si abbandona al destino criminale senza opporre resistenza, senza patetismi e sterili autocommiserazioni. Non cerca il nostro perdono.
Attraverso le riflessioni di Max Dembo e dei suoi compagni reietti scopriamo un mondo in cui i rapporti sono basati su equilibri di forza, parole dette o taciute al momento giusto per mantenere la posizione in attesa di rivendicare il predominio, in cui l’omicidio è considerato parte del rischio ma per contro affiorano incongrue reticenze che fanno preferire il furto di denaro contante in un supermercato alla sottrazione di oggetti personali carichi di significati affettivi.
Una quotidianità fatta di sospetto, dove regna la sfiducia reciproca e la distanza affettiva, perché anche l’amico di oggi può tradire in cambio di uno sconto di pena o di una dose.
“Quando si è troppo sicuri degli altri ci si mette nei casini. Qualcuno di cui non si è sicuri non avrà mai la possibilità di avvicinarsi abbastanza”.

Impossibile non porsi delle domande di tipo sociologico sull’utilità della detenzione, sulla vita carceraria, sulla difficoltà di reinserimento in una società che tiene ai margini gli ex detenuti e che li respinge verso quei bassifondi da cui dovrebbero tenersi alla larga.
La vita del crimine è accettata quasi come una sorta di destino ineluttabile, preferibile alla noia di una vita regolare fatta di norme, responsabilità e regole a cui ci si sente estranei.
Queste le parole di Max Dembo dopo l’iniziale -fugacissimo- tentativo di uniformarsi alla libertà condizionata.
“Sarei sceso in guerra contro la società, o forse mi sarei soltanto limitato a riprendere le ostilità. Non provavo più alcun timore. Mi dichiarai libero da ogni regola, eccetto quelle che io stesso avessi voluto accettare. E anche quelle le avrei mutate a mio piacere. Avrei afferrato tutto ciò che avessi desiderato. Avrei ripreso ad essere quello che ero, ma con più determinazione. Un criminale. (…) il crimine era il mio mondo, il luogo in cui mi sentivo a mio agio e non lacerato nel profondo. E sebbene si trattasse di una libera scelta era anche destino. La società mi aveva reso quello che ero, e mi aveva messo al bando per paura di quanto essa stessa aveva creato; ma io andavo fiero della mia condizione”.

“Come una bestia feroce” è un romanzo in cui non è prevista redenzione, né pentimento e lascia in bocca il sapore amaro dell’istinto di sopravvivenza che prevale su ogni altra istanza ma apre uno squarcio sulla realtà di un mondo che preferiremmo non essere mai costretti a guardare troppo da vicino.

Viv

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