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John Underwood, Il libro segreto di Shakespeare, Newton Compton

Nato inizialmente come saggio e pubblicato sotto pseudonimo come romanzo di genere dal giornalista americano Gene Ayres, si presenta come un thriller letterario e si propone di portare all’attenzione del pubblico il mistero dell’attribuzione delle opere del canone shakesperiano e di proporre verità alternative. Su questo stesso filone si colloca “Anonymous”, film in costume uscito nelle sale mesi fa per la regia di Roland Emmerich, col quale tuttavia il romanzo non ha nulla a che spartire.

In due parole, un reporter americano indaga sulla sparizione di un letterato inglese elisabettiano che, dopo averlo contattato a proposito di un’opera inedita e controversa, scompare senza lasciare traccia di sé e del manoscritto.
Nelle successive quattrocento pagine ci aggiriamo strenuamente per Londra e dintorni alla ricerca di indizi, accompagnati dal giornalista Jake Fleming e dalla di lui figlia Melissa.
Quest’ultima, in particolare, inizialmente contraria a tesi anti-shakespeariane, studiosa di letteratura inglese ed aspirante attrice decantata per la sua bellezza ogni due o tre pagine, si attarda con pari insistenza in chiose didascaliche a beneficio del padre e del lettore circa una controversia che autore e protagonisti vogliono farci credere secretata a prezzo del sangue dalle più alte autorità letterarie -inglesi in primis- e che invece nella realtà è stata fonte di dibattito, almeno per gli addetti ai lavori, a partire dal XVIII secolo.

Non essendo una studiosa del settore non intendo entrare nel merito di una diatriba accademica che ha visto scontrarsi nomi illustri come Mark Twain ed Henry James.
Per restare al romanzo in questione, tuttavia, dopo nemmeno un centinaio di pagine, si è tristemente consci di essere davanti ad un’opera mal riuscita perché, come minimo, va detto che l’autore non ha centrato l’obiettivo.
La lettura, lontanissima dall’ingenerare un qualsivoglia senso di aspettativa, risulta oziosa ed inefficace, la trama poco credibile, l’assenza di ritmo palpabile al punto da indurre ossessivamente nel lettore quell’antipatico meccanismo che definirei sinteticamente “conteggio delle pagine mancanti”.

Troppe le incongruenze. Qualche esempio?
Viene veicolata al lettore un’idea di presunta estraneità tra il letterato scomparso e il reporter che si mette sulle sue tracce (tanto che nella telefonata iniziale questi si presenta in tono estremamente formale con nome, cognome, titolo accademico e notazione del loro unico incontro) mentre in corso d’opera l’autore ci rivela candidamente che il giornalista gli è debitore della vita ed ha intrattenuto con l’accademico rapporti quasi fraterni.
Personaggi che sembrano a tutti gli effetti collaborare alle indagini vengono messi al corrente solo tardivamente di indizi-chiave di cui, per contro, si parla apertamente di fronte ad occasionali compagni di avventura sui quali gravano potenziali sospetti. E per par condicio quegli stessi presunti alleati ricambiano il favore centellinando informazioni con pari riluttanza.
Lettere consegnate con la raccomandazione di divulgarle in caso di scomparsa o morte dello scrivente riaffiorano alla memoria dopo tempi biblici neppure si trattasse di accadimenti quotidiani.
Per non parlare dell’insistenza con cui il giornalista nella veste di genitore premuroso si ripromette ad ogni occasione di tenere lontana dai guai la figlia, finendo per cedere prontamente e ripetutamente alla prima lagnanza e trascinandola seco nelle più disparate situazioni di pericolo.

Il romanzo non decolla, lento, privo di colpi di scena che non sembrino costruiti a tavolino, oltremodo pasticciato ed improbabile, per non parlare del numero spropositato di accademici, enti, e loschi figuri che attentano alla vita dei nostri eroi ad ogni angolo di strada.
Il thriller abita altrove.

Per coloro i quali, mossi da curiosità -anche a partire dal romanzo di Ayres-Underwood o dalla visione del film di Emmerich- desiderassero approfondire il dibattito sull’attribuzione delle opere shakespeariane meglio partire da wikipedia e dai numerosi saggi segnalati nella bibliografia.
In ogni caso, come scriveva il Bardo o chi per lui, “quella che chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome”.

Viv

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