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Mariolina Venezia, Mille anni che sto qui, Giulio Einaudi editore

Premio Campiello nel 2007, mi è capitato tra le mani per caso su suggerimento di un amico ed è stato da subito un felice incontro.

1961. Nel paesello di Grottole, in Basilicata, un fiume di olio d’oliva si riversa come un torrentello sul selciato sconnesso procedendo di scalino in fessura verso valle tra lo stupore del popolino, che grida al miracolo e scongiura il demonio.
Con una prospettiva quasi cinematografica l’inquadratura ci porta nelle cantine di Don Francesco Falcone, sulle sue giare rotte e sulle grida di Concetta che sta partorendo, dopo sei figlie femmine, il primo discendente maschio.
Siamo di fronte ad una saga familiare che abbraccia centotrent’anni di storia, dall’Unità d’Italia alla caduta del muro di Berlino, un bel racconto corale che si tramanda in linea femminile e che non a caso si apre con un rudimentale albero genealogico tracciato da Gioia per la nonna Candida che sta perdendo la memoria.
Quello che avvince sin dalle prime pagine è la qualità della scrittura, veloce ed intensa, che coniuga belle immagini dialettali -non sempre comprensibili- ad un meccanismo narrativo che ci riporta all’Isabelle Allende de “La casa degli spiriti” ed alla tradizione verista italiana.

I personaggi sono numerosissimi e compongono un quadro d’insieme in cui riconosciamo parte della nostra storia e dei nostri ricordi e ci ritroviamo a sorridere del pragmatismo positivo di Concetta che univa “la resistenza della mula, la mansuetudine della pecora e la leggerezza di una farfalla, doti senza le quali non avrebbe resistito a lungo accanto a Don Francesco che invece di natura era furioso come una giornata di maestrale”, così come della rigidità di Albina che di fronte alla felicità coniugale della figlia “borbottava in silenzio scuotendo la testa, perché la felicità da quelle parti non era mai stata giudicata adatta alla gente come si deve. L’infelicità era più stabile, più sicura e a conti fatti più decorosa”.
L’autrice ci riporta ad un mondo femminile in equilibrio tra la dignità del duro lavoro quotidiano e il pettegolezzo come forma di intrattenimento, in cui ci si sedeva in circolo a cucire corredi solidarizzando con la comare di turno allettata in seguito a gravidanze e malattie e nel frattempo si indugiava con indifferente spietatezza “a commentare sempre gli stessi fatti, aggiungendo variazioni col semplice scopo di non annoiarsi, e supposizioni che avevano il peso di una condanna”.
Le donne di questo romanzo si muovono con intelligenza e furbizia in un mondo tutto al maschile in cui convivono la figura di Oreste -il figlio maschio tanto desiderato da Don Francesco- che “dagli abissi della sua vita sprecata emergeva ogni tanto con un atto di inutile tirannia” e quella del commerciante Colino -marito di Candida- uomo onesto e generoso tanto che per onorarne la memoria “nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi a casa di Candida continuarono a bussare contadini che venivano a saldare i loro debiti, anche se avrebbero potuto farne a meno perché Colino li segnava in un modo che capiva solo lui”.

La vita di protagonisti e comprimari, i loro amori e le loro sventure si intrecciano fittamente con le vicende economiche e politiche dell’Italia che cambia ed anche a Grottole arrivano gli echi della storia attraverso i racconti di chi il paesello l’ha dovuto abbandonare e al suo ritorno stenta a reinserirsi nelle maglie strette di quel tessuto sociale fatto di regole non scritte.
Agli aneddoti sul brigantaggio fanno seguito quelli sul fascismo e il tesseramento obbligatorio, le delazioni, le prime cooperative comuniste, il mito della “Merica”, la necessità di emigrare oltremare o al Nord per trovare un’occupazione migliore e viceversa di rientrare al paesello per sposare una conterranea con cui metter su famiglia.
Man mano che il racconto procede anche la scrittura cambia impercettibilmente e nelle ultime pagine -in cui si racconta la fuga di Gioia che abbraccia la vita flower-power delle comunità ed esperienze politiche al limite della legalità- il racconto si fa scazontico quasi a voler sottolineare il passaggio in un’era confusa che manca di quella semplicità, levità e freschezza che permeava le pagine iniziali.

Viv

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