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Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

“Larry amava Mitchell, che amava Madeleine, che amava Leonard Bankhead”. La sintesi ce la fornisce lo stesso Eugenides.
Madeleine, studentessa di buona famiglia alla Brown University segue i corsi di letteratura e aspira a diventare “vittorianista”. Durante l’ultimo semestre prima della laurea, mossa dall’entusiasmo generale che si respira nell’ambiente del college, si trova a frequentare un corso di semiotica e si innamora di Roland Barthes e di Leonard Bankhead, studente di biologia con una famiglia disfunzionale alle spalle, latente maniaco depressivo. Di Larry non occorre dir nulla, Mitchell -studente di teologia alla ricerca di risposte- è l’amico storico di Madeleine e vive la loro amicizia nell’attesa che Madeleine si renda conto di essergli predestinata.
La vicenda prende un arco di tempo di un anno e mezzo durante il quale i protagonisti lasciano il college ed intraprendono strade diverse; seguiamo così Madeleine e Leonard nella loro iniziale convivenza e Mitchell nel suo viaggio sabbatico in India.
Presentato come un triangolo amoroso a partire dalla copertina, in realtà ci propone un intreccio di sentimenti che poco hanno a che vedere con questo stereotipo.

“Procedi a fatica con un romanzo dell’ultimo James, o sulle pagine della riforma agraria in Anna Karenina, e all’improvviso inizia un brano avvincente e il libro diventa sempre più bello, al punto che sei grata al pezzo noioso perché accresce il tuo piacere finale”. Trovo che queste righe con le quali Eugenides descrive la rinascita di Leonard dopo una crisi depressiva si applichino meravigliosamente anche alla lettura del suo romanzo.
Mai veramente noioso, talvolta soffre un ritmo altalenante e una certa artificiosità.
Ricco di citazioni colte che si inseriscono nel flusso narrativo senza appesantirlo è un romanzo dall’incedere lento con frequenti rimandi a episodi precedenti o trasversali che chiariscono i rapporti tra i protagonisti ma rallentano l’azione.
La facilità di scrittura di Eugenides è innegabile e ricorda, per certi versi, la narrativa di Jonathan Franzen.
Non un romanzo d’amore in senso stretto, ma un romanzo di riflessioni sull’amore. E non solo. Attraverso gli studi di teologia di Mitchell trovano spazio le fragilità e le contraddizioni dell’uomo di fronte ai dubbi sull’esistenza e sulla divinità. Leonard ci conduce nel campo minato della gestione cronica della depressione endogena e viviamo attraverso Madeleine la potenza travolgente della passione d’amore che tenta fino all’ultimo di negare l’evidenza di un problema fino a rimanerne imprigionata. Difficile chiudere un triangolo così poco canonico senza cadere in cliché prevedibili eppure direi che l’autore sia riuscito a mantenere anche nel finale -forse un tantino sbrigativo, se paragonato all’impianto del romanzo- quel tratto di levità e di malinconico realismo che accompagna i personaggi in tutto il racconto.

Viv

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